A MUSE

  • Uscita: 2012
  • Nazionalità: Corea del sud
  • Durata: 129'
  • Genere: Drammatico
  • Regia: Ji Woo Chung
Cast: Hae-il Park , Mu-Yeol Kim , Kim Go-Eun , Jeong Man-sik , Park Cheol-Hyeon , Jang Yun-sil , Jeong Seo-in , Kim Kyeong-il , Ahn Min-Yeong , Im Mi-Yeon
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Il rinomato Poeta Nazionale Lee Jeok-yo è sovente assistito dal romanziere di successo, ma di scarso talento, Seo Ji-woo; un giorno i due trovano addormentata nel giardino di casa la giovane Eun-gyo e ne rimangono, in maniera diversa, inevitabilmente folgorati. Lo scompiglio che porterà Eun-gyo nelle vite dei due rivelerà anche i segreti del rapporto tra i due scrittori. Tratto dal romanzo di Park Beom-shin, "EunGyo" svela ben presto la sua natura fortemente letteraria, o quantomeno la volontà di affrontare temi cari a diversi classici della letteratura, da Nabokov in giù, scegliendo tuttavia dubbi espedienti narrativi e visivi. A partire dalle scelte più discusse e difficilmente comprensibili di Jung Ji-woo, come quella di far interpretare il settantenne poeta al trentenne divo in ascesa Park Hae-il, coperto per tutto il film da un pesante make-up stile Di Caprio in Hoover, come a giustificare la plausibilità di una love story tra un settantenne (che tale non è) e la giovane ninfetta Eun-gyo. La presa di posizione di Jung è ferma e incrollabile in questo senso; mettendo in scena il rimpianto di una giovinezza perduta e irraggiungibile più che il lubrico istinto sessuale di un anziano - salvo indulgere in una discutibile estetica soft-core quando Lee sogna di ringiovanire e possedere Eun-gyo - l'amore platonico tra Lee e Eun-gyo è sostanzialmente inattaccabile e le caratteristiche negative del terzo in comodo Ji-woo possono essere evidenziate fuor di metafora. Uno studente di ingegneria incapace di distinguere il valore affettivo di uno specchio dalla sua natura di manufatto industriale, un ambizioso prevaricatore privo di talento che sfrutta il bisogno di aiuto del poeta per vivere una carriera di successo e falsità, contrapposto alla saggezza dell'uomo che ha indagato i segreti di fisica e metafisica attraverso la poesia (ma i brandelli di genio che vorrebbe suggerire la sceneggiatura suonano perlopiù come cliché poetici risaputi). Come se il make-up generosamente applicato su Park Hae-il rappresentasse, in un'involontaria metafora, i troppi livelli di sovrastruttura che Jung applica a una narrazione che si muove tra pericolosi dubbi morali, ricomponendo i contrasti nella maniera in fondo più conservatrice e prevedibile, con dovizia di (immancabili o quasi, in molto cinema sudcoreano) finali e controfinali del tutto superflui. Il talento di Jung Ji-woo, rivelato dal folgorante Happy End, sembra essersi smarrito tra i rivoli di una rielaborazione di Lolita
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