di David Saltuari

Al voto, al voto
- Se pensavate che Denver fosse solo una città piena di manzi e cowboy vi siete sbagliati. In questi giorni, infatti, vi si sta svolgendo la convention democratica per nominare Barack Obama candidato democratico. Ma perchè proprio questa città? E non bastavano solo le primarie? E perchè tutti quei palloncini che si vedono in televisione.?

Troppi misteri - Ma tra caucus, primarie, corti supreme e cappellini impagliati la politica americana risulta spesso meno semplice da comprendere di quanto vorrebbe far credere. Ma grazie al cielo Hollywood si assume la responsabilità di  spiegare (e, diciamocelo, a volte influenzare) i meccanismi del sistema politico americano. Lasciate dunque perdere i polverosi trattati di diritto costituzionale americano, riportate in biblioteca i libri di de Tocqueville e andate a (ri)vedervi i film che vi consigliamo qui sotto.


Per cominciare - Iniziamo dal basso. Una prima veloce infornata di termini rudimentali si può ricavare da Head of State, commedia non molto brillante di e con Chris Rock nel ruolo di un candidato presidenziale. Film pensato soprattutto per un pubblico adolescenziale, poco avvezzo ai meccanismi costutuzionali, ha il pregio (rivolgendosi ad un pubblico che considera "basso") di dover spiegare molti meccanismi tecnici delle presidenziali, diventando un veloce e piacevole bignami politico. Il funzionamento del dietro le quinte (i finanziamenti, i rapporto poco chiari con la stampa, il lobbyismo) viene invece raccontato, in modo forse un po' sgangherato ma molto appassionato e personale, da Warren Beatty in Bulworth - Il senatore. Presentato in concorso a Venezia il film racconta di un senatore che, in campagna elettorale, inizia a svelare tutti gli inganni e le doppiezze del sistema politico americano.

Sull'elezione di un senatore è incentrato anche Power di Sidney Lumet, raccontata però dal punto di vista del suo curatore dell'immagine: Richard Gere è un consulente politico disposto ad usare ogni trucco per far vincere i suoi clienti, a prescindere se democratici, repubblicani o indipendenti. Immagini manipolate, cinisimo politico e spregiudicatizza di comunicazione diventano così elementi esenziali di ogni campagna elettorale. Il candidato di Michael Ritchie con Robert Redford racconta di un giovane avvocato idealista che tenta, inizialmente senza speranze, di correre per un seggio senatoriale. Ma quando le sue quotazioni prendono quota, i suoi ideali iniziano ad incrinarsi. Ma il titolo più duro è Bob Roberts, mockumentary (un finto documentario) diretto da Tim Robbins e incentrato su un ambiguo senatore del sud degli Stati Uniti. Portatore delle istanze delle lobby più razziste e conservatrici arriva a fingere un attentato verso se stsso per guadagnarsi le simpatie dell'elettorato. Nè esce un immagine dell'America apocalittica e senza speranza.
Più tristemente vero è invece Bobby, il film che Emilio Estez ha voluto dedicare all'ultimo giorno di Bob Kennedy, fratello di JFK e sicuro candidato democratico nelle elezioni del 1968. Senza mai mostrare direttamente Robert Kennedy il film racconta i destini incrociati degli ospiti dell'albergo nel quale il giovane candidato venne ucciso. Tra sogni, illusioni, speranze e amarezze è il ritratto dell'ultima generazione ad aver avuto il coraggio di sperare in un mondo migliore.


Per continuare
- E rimanendo in tema di mockumentary  un classico, girato proprio durante le primarie americane del 1988 è la miniserie diretta da Robert Altman Tanner '88. Scritto da Garry Trudeau (l'autore di Doonesbury, la migliore striscia satirica americana) il documentario racconta la campagna elettorale (finta) di Jack Tanner inserendola però nel contesto (vero) delle primarie democratiche di quell'anno. Per rimanere in ambito televiso resta insuperabile The West Wing, serie ambientata nell'ala ovest della Casa Bianca (dove si trovano gli uffici dello staff del presidente). Creata da Aaron Sorkin e con Martin Sheen nel ruolo del presidente, il telefilm racconta le attività quotidane dell'uomo più potente della terra e, soprattutto, di tutti i suoi collaboratori. Oggi puntata diventa l'occasione per raccontare un preciso dettaglio della macchina del potere americana: dalle convenzioni e abitudini dietro alla nomina di un giudice della Corte Suprema, fino ai rapporti conflittuali tra presidente e le due camere.. A metà tra gli intrighi shakespeariani e il ritmo di E.R. The West Wing è forse il prodotto televiso che meglio ha saputo raccontare il Potere nella sua quotidianità (e riconciliare con la politica americana molti di noi).


Nella capitale - Non basta vincere le elezioni per passare alla storia. Bisogna anche sopravvivere agli intrighi della capitale. E se qualcuno pensa che il potere di un presidente sia illimitato, non conosce bene la palude di Washington. Illuminante, sotto questo punto di vista, è Tempesta su Washington di Otto Preminger. La nomina del nuovo segretario di Stato (Henry Fonda) dipende dall'approvazione del Senato. Apparentemente una formalità, il voto si trasforma in una battaglia tra il senatore conservatore Charles Laughton e quello progressista Walter Pidgeon. Una guerra di fronta alla quale sono disposti a qualunque bassezza pur di conquistare un voto e di fronte al quale gli ideali non contano più nulla. Un film limpido e implacabile, teso e avvincente, capace di raccontare la naturale necessità della spietatezza politica.
Per chi invece vuole continuare a sperare che anche le buone intenzioni possono sopravvivere davanti all'obbligo del compromesso politico (ma non è forse questa la democrazia?), il classico quasi natalizio è Mister Smith va a Washington di Frank Capra, con un James Stewart che incarna, come non mai, gli ideali più alti dell'ottimismo americano. Più recente Tutti gli uomini del presidente, solo apparentemente un film cupo e pessimista. In realtà è un grande omaggio alla capacità del sistema politico americano di salvarsi e purgarsi dalle sue stesse bassezze. E chiudiamo con Bobby di Emilio Estevez, doloroso e personale omaggio a Robert Kennedy, ucciso durante le primarie democratiche del 1968.

Per gli intenditori - Le elezioni americane non sono rimaste fuori neanche dall'arte contemporanea. Chi ha avuto la fortuna di visitare il padiglione italiano dell'ultima Biennale arte di Venezia ha potuto ammirare Democrazy, l'installazione video di Francesco Vezzoli, forse l'artista italiano più brillante e innovativo degli ultimi anni. Su due pareti contrapposte vengono proiettati gli spot di due candidati alla presidenza, di qui Patrick Hill (interpretato da Bernard Henry Lvey), di là Patricia Hill, (interpretata da Sharon Stone). In mezzo il pubblico, circondato da questa esplosione di efficacissimi luoghi comuni cinematografici e televisivi.


Un dialogo continuo - Un legame stretto, quello tra politica americana e cinema di Hollywood, un legame che spesso guarda con occhio di favore ai democratici (ma non sempre - molto di questi film sono rivelatori), ma che è riuscito, fino ad oggi, a produrre solo uomini politici repubblicani (da Reagan a Schwarzenegger). Un legame che continuerà ad arrichirsi di nuovi film, nuovi volti e nuovi colpi di scena che non aspettano altro che essere raccontati.