di David Saltuari

Esce nelle sale italiane La Classe (discutibile traduzione italiana del ben più evocativo Entres Le Murs) il film francese di Laurent Cantet, vincitore della Palma d'Oro allo scorso Festival di Cannes. Con la riforma Gelmini discussa in Parlamento e il tema scuola in cima all'agenda politica italiana. Laurent Cantet, a Milano al cinema Anteo per presentare il film, viene subito inchiodato da una domanda a riguardo. Si schernisce, confessa di non conoscere bene la situazione italiana, ma parla del dibattito che si sta svolgendo in questi giorni in Francia sulla scuola e i problemi sembrano essere gli stessi: "Da noi si cerca di diminuire il numero degli insegnanti per tornare ad una scuola come era cinquant'anni fa. Si cerca di tornare ad un'istruzione molto nozionistica, un passaggio molto chiuso di saperi. Così però si rischia di perdere per strada uno dei compiti più importanti della scuola, l'essere un luogo dove si impara e si sviluppa il concetto di cittadinanza e di appartenenza. La scuola media in Francia rappresenta spesso l'ultima occasione di comprensione e integrazione nella vita di un francese. Forse da voi in Italia non è ancora così, ma da noi le medie sono spesso l'ultima occasione in cui ragazzi di diverse provenienze etniche e culturali possono veramente conoscersi. Dopo il diploma di terza media, quasi sempre i bianchi vanno al liceo e gli altri scelgono scuole professionali e i loro percorsi rischiano di non incontrarsi più".

Laurent Cantet difende insomma il modello francese di scuola, un luogo dove si creano innanzittutto cittadini e si instilla il senso di appartenenza alla collettività francese. "Le medie, grazie a questa mescolanza, permettono un'apertura mentale dei ragazzi incredibile. Io me ne accorgo con i miei figli, entrambi studenti delle medie alla periferia di Parigi. Hanno un'apertura mentale molto maggiore di quanto l'avessi io alla loro età, che sono cresciuto in provincia, circondato solo da bravi ragazzi della media borghesia."
Il film di Cantet racconta proprio questa realtà, in modo documentarista e senza voler difendere una tesi in particolare. "Non mi interessava cercare una teoria sull'insegnamento. Questa è una cosa che spesso fanno gli insegnanti stessi, che hanno bisogno di staccarsi per analizzare da lontano quello che stanno facendo. Nel film si vede anche, le discussioni, gli sfoghi tra insegnanti in sala professori, alla ricerca di un metodo o di una regola. Io ho solo raccontato un anno di scuola alle medie. Certo, ho privileggiato i momenti di discussione con gli alunni, ma perchè da un punto di vista cinematografico sono più raccontabili. A scuola si fa anche il dettato, ma non è un momento cinematografico. Anche se nella realtà esiste ed è importante. La scuola è un luogo di discussione e formazione, ma, e forse è triste dirlo, un luogo di esclusione. E' a scuola che si decide che farà l'ingegnere e chi no. E' la scuola che stabilisce quale sarà il tuo ruolo nella società. Anche questo è un compito importante della scuola.E questo nel film si vede."


Il film in Francia è uscito alla fine di settembre e da due settimane è in cima al box-office con più di ottocentomila spettatori. Un successo inaspettato. "A vederlo sono soprattutto ragazzi. Si rivedono sullo schermo per quello che sono, non c'è la rappresentazione di uno stereotipo". La scuola è tratto dal libro documento di François Bégaudeau, che vi interpreta anche il personaggio dell'insegnante. "Ho iniziato a scrivere la sceneggiatura prima di leggere il libro di François, mentre giravo Verso Sud. Mi è capitato il suo libro tra le mani e mi ha permesso di avere un punto di vista, quello di un insegnante vero, che non avrei mai potuto avere. Così ho unito i due piani, il mio abbozzo di sceneggiatura, incentrato sulla storia di Suleyman, e i racconti di Francois"

Partendo da una base di fiction e una parte documentaristica bisognava quindi rendere reale il mondo degli adolescenti sullo schermo. Racconta Cantet: "In una scuola media di Parigi abbiamo creato un laboratorio di improvvisazione teatrale per ragazzi. All'inizio eravamo una cinquantina e alla fine siamo rimasti con venticinque ragazzi. Sono quelli che poi hanno lavorato nel film. Loro mi hanno fornito gli ultimi elementi per perfezionare la sceneggiatura, mi sono serviti per confermare, o confutare, le mie ipotesi. Ognuno di loro si è scelto un personaggio, anche lontano dalla sua realtà, e abbiamo cominciato a lavorarci insieme. Durante le riprese ogni giorno iniziava con un caffè tra me e François, dove discutevamo come volevamo creare la scena. Io poi parlavo con i singoli ragazzi e spiegavo loro come avrebbero dovuto rispondere o comportarsi durante determinate situazioni. Nessuno di loro conosceva la totalità della scena o la sceneggiatura reale. Davo l'azione e François entrava nella parte e, come un insegnante, dirigeva i ragazzi, animava la discussione, regolava il ritmo. "

Il risultato è un film molto parlato, dove il ritmo viene scandito in modo frenetico e rapido dagli interventi, spesso polemici, dei ragazzi verso il professore. "Mi interessava mostrare la classe come luogo di discussione, quindi nel film si parla quasi fino allo sfinimento. Ma questa è la realtà in cui si trovano a vivere molti professori, colpiti a mitraglia dagli interventi dei ragazzi. Molti si rifugiano nella didattica, si nascondono dietro al libro di testo per restituire solo nozioni. François invece tenta un approccio maieutico, cerca di insegnare loro una tecnica retorica che permetta di sostituire il ripetere ossessivo delle stesse domande o argomentazioni con un discorso coerente ed argomentato. E' così che si formano cittadini."