di Francesco Chignola

Alzi la mano chi sa quali sono le più grandi industrie del cinema al mondo. L'India è prima, imbattibile da sempre: ogni anno il paese asiatico sforna all'incirca un migliaio di cortometraggi (1200 nel 2002, 877 nel 2003). Seguono gli Stati Uniti, che battono chiunque in quanto a diffusione grazie allo strapotere dei sei studi "major": Warner, Paramount, Buena Vista, Sony/Columbia, Universal, 20th Century Fox. Ma al terzo posto chi c'è? La Cina lo è stata per decenni, ma ora che le cose sono cambiate? Il Giappone, forse? Niente di più sbagliato.

Secondo un articolo della CNN del 2004, richiamato spesso e anche secondo un articolo di qualche mese fa sul britannico Telegraph, il terzo cinema più grande del mondo è divenuto quello Nigeriano. Che sforna una quantità di film davvero impressionante: circa 2,500 titoli all'anno, spesso realizzati con budget limitatissimi e con trame che spaziano in grande libertà tra i generi più disparati. Ne parla proprio oggi il sito Twitch in occasione dell'uscita in patria del documentario canadese Nollywood Babylon, che è dedicato proprio al nascente cinema di Abuja e dintorni.

Nel trailer del film abbiamo l'occasione di vedere in azione i metodi produttivi, artigianali quanto energici, dei cineasti nigeriani. Ma com'è nato questo boom che, come riporta il Guardian, vale 200 o 250 milioni di dollari l'anno? Il caso non potrebbe essere più strano e bizzarro. Racconta infatti Economist che nel 1992 un certo Kenneth Nnebue si ritrovò tra le mani una notevole quantità di VHS vuote e registrabili, ed ebbe un'idea illuminante: forse sarebbe stato più facile smerciarle registrandoci sopra qualcosa. Un film, per esempio. Nacque così Living in bondage, storia di un'uxoricidio rituale e di una moglie fantasma, che vendette qualcosa come 750,000 copie in tutta la Nigeria.

Il cinema nigeriano ha caratteristiche molto particolari: i film non vengono prodotti in studio, ma per le strade delle città come Lagos, Enugu, e Abuja. Luoghi come hotel, case e uffici vengono noleggiati dai legittimi proprietari, che vengono ringraziati nei titoli di coda. Esistono diverse correnti regionali, anche a seconda delle diverse lingue (Hausa, Yoruba, Edo, Igbo) e il centro nevralgico dell'industria, dopo essere stato diverso tempo nell'affollata Lagos, si trova ora a Enugu. E i film che finiscono nelle sale sono una piccola percentuale: il grosso della distribuzione si svolge sull'home-video, attraverso formati come lo storico VHS e, più di recente, il VCD e il DVD.

Anche le tecnologie utilizzate sono mutate con il tempo, e l'avvento del digitale ha significato senza dubbio una spinta senza precedenti per un cinema che risponde a esigenze completamente differenti da quelle a cui siamo abituati nel Nord del mondo. Basta guardarsi in giro: su Youtube per esempio si trovano alcuni titoli come Stronger than pain o Shut in. Si pensi poi che Chico Ejiro, il più prolifico regista nigeriano, racconta il Time, gira un film intero in tre giorni e ha diretto circa 80 film in 8 anni.

Probabilmente arriverà il momento in cui i festival maggiori si accorgeranno del cinema nigeriano - come già successe con i film di Idrissa Ouedraogo del Burkina Faso  - e allora, forse, non ce ne sarà più per nessuno. Dopotutto, citanto il titolo stesso dell'articolo del Time, chi ha bisogno di Hollywood?