di David Saltuari

Una mattina di oggi a Bologna, una rapina in banca e un morto, che cambiano la vita di Francesco, nato nel 1975 e figlio di una delle vittime della strage alla stazione di Bologna. O almeno questo è quello che lui crede. Questo l'inizio di Il tempo infranto, il romanzo noir di Patrick Fogli incentrato sulla bomba che il 2 agosto sventrò la stazione del capoluogo emiliano. Con Patrick Fogli, ospite del Noir in Festival di Courmayeur, dove ha presentato il suo romanzo, abbiamo parlato del libro e del perché il noir italiano sia strettamente legato alla storia più nera del nostro paese.

Tu sei nato nel 1971 e all'epoca della strage avevi nove anni. Che ricordi personali hai di quel giorno?
Ho due due ricordi molto forti che ho messo anche nel libro. Io il due agosto ero a Riccione, il mare dei bolognesi, facevo tuta la stagione con mia nonna e i miei genitori ci raggiungevano nel fine settimana. Io ero a pranzo con i miei e mia nonna era sopra, mia nonna era una che non usciva mai di casa, nata nel 1919,, e lei arrivo quasi di corsa, cosa per lei rarissima, e ci disse che era scopiata la stazione.

E l'altro?
L'altro ricordo risale a credo un mese dopo. Ero in macchina con mio padre lungo viale Pietramellara, la via davanti alla stazione, e mi ricordo che dal marciapiede di fronte vedevo il secondo binario. E' una stranissima sensazione, perché non era tanto una mancanza, ma come se ci fosse qualcosa di più, qualcosa, quel buco che sarebbe rimasto li per tantissimo, che non doveva esserci.

E come è nato il bisogno di scrivere un romanzo sulla strage?
Per una serie di motivi. Come bolognese il due agosto fa parte di me. Ogni bolognese ha una storia sul due agosto, una sua esperienza legata a quella data, storie belle e storie brutte. Poi perché fa parte di un pezzo di storia d'Italia che alla mia generazione è stata negata. Di terrorismo non si parla, di terrorismo fascista ancora meno. La necessità di colmare un buco, di rinfrescare una memoria che in questo paese sembra svanita. Di fare un punto sulla situazione, dal punto di vista di destra o di quello di sinistra, di unire tutti i punti di quell'epoca: l'estremismo di destra giovanile, ordine nuovo, di raccontare un mondo che oggi sembra fantascienza.

Un romanzo il tuo che ha avuto bisogno di un lungo periodo di documentazione?
Ho scritto il romanzo in sei mesi e mi sono documentato nei tre anni precedenti. Partendo da saggi, perchè non puoi raccontare il 1980 se non parti dalla metà degli anni sessanta, scartabellandomi migliaia e migliaia di pagine di atti giudiziari, dunque tutta l'inchiesta che Priore conclude con l'ordinanza su Ustica, l'inchiesta su Aldo Moro, su Piazza Fontana, sull'Italicus, le risultanza della commissione sulla P2, le risultanze di tutte le commissioni stragi, le sentenze, quattro, sulla strage di Bologna.

Da De Cataldo con Romanzo Criminale a te con Il tempo infranto, come mai il noir italiano è così fortemente legato alla storia più cupa dell'Italia.

Sai cos'è, c'è stato un lungo periodo nella storia italiana nel quale il giornalismo d'inchiesta non è più esistito. Oggi il giornalismo d'inchiesta è rinato nei saggi, pensa al libro di Ferruccio Pinotti su Calvi, Andrea Colombo sulla strage di Bologna e a tanti altri dedicati alla storia recente italiana. Quello che manca però è forse il tentativo di scoprire la verità storica, perché quella giudiziaria ormai c'è la siamo giocata. Il problema è che spesso un saggio la verità storica non la può fare, perché un saggio è obbligato a fare i nomi veri, perché è obbligato ad avere prove e riscontri. Un romanzo invece si può permettere di romanzare, per quanto sia una brutta parola. Permette di unire tutti i punti e dare uns senso al tutto. Tantissimo di quello che scrivo è basato su atti giudiziari. Ma il romanzo ti permette di ricostruire un mondo che unisce tutti questi atti in qualcosa dotato di senso. 

Ma è uno specifico italiano?
Non saprei. Certo è che nel nostro paese, che non ha memoria, è particolarmente necessario. In Italia per tanti anni abbiamo avuto una commissione parlamentare il cui nome ufficiale era Commissione per capire perché non si sono trovati i colpevoli delle stragi. Non sulle stragi, ma sul loro insabbiamento. Capisci che in questa situazione è abbastanza facile che poi esca una letteratura che cerca di mettere a posto i tasselli.

Ma secondo te, la verità giudiziaria sulla strage di Bologna, quanto si avvicina alla verità storica.
Parto dall'idea che chi ha messo quella valigia nella stazione è forse il dettaglio meno importante di tutta la vicenda. Ed è l'unica cosa che è rimasta come verità giudiziaria, che dice che Mambro, Fioravanti e Ciavardini sono gli esecutori della strage di Bologna. Non si sa il movente, non si sa la cosa più importante, e cioè il perché.
Io ho una certezza e un fortissimo dubbio: la certezza è che la strage di Bologna è una strage fascista, chi dice il contrario mente. Lo si capisce dagli atti, da tante cose dello studio di quel periodo. Per esempio adesso è tornata di moda la pista palestinese. La pista palestinese è un depistaggio venuto fuori il 3 agosto del 1980. E' un depistaggio giudiziariamente accertato. Che può essere nuovamente tirato in ballo solo perché nessuno se lo ricorda.
Su Fioravanti, Mambro e Ciavardini io ho fortissimi dubbi che siano stati loro. Il che non cambia il giudizio su di loro in quanto terroristi. Io credo che sia qualcosa di più complicato di Mambro, Fioravanti e Ciavardini. E per certi versi anche qualcosa di più vecchio e di più solido. E di più consueto, per quanto riguarda l'Italia.