di Paolo Nizza

Certo, non è la classica pellicola di Natale, anche se "il film ha nel titolo il nome del tenutario della festività", come sottolinea con ironia il regista Salvatores.
Eppure, Come Dio comanda (al cinema da venerdì 12 dicembre)  rappresenta una valida alternativa ai consueti cine-panettoni. Un tentativo coraggioso di spiazzare e affascinare lo spettatore con un vicenda antica e moderna incentrata, direbbe De Andrè, su "Tutti quelli che hanno un amore sulla cattiva strada."

Sforbiciate le 500 pagine del romanzo, eliminate svariate situazioni e personaggi, tra cui  Danilo Aprea ("avrebbe voluto interpretarlo Diego Abatantuono", rivela Salvatores). il film si concentra sul cuore del libro, sul rapporto tra un  padre e un figlio.
Certo si tratta di una relaziona simile a quella tra il lupo e il suo cucciolo. Rino (Filippo Timi)  è un genitore disoccupato, con una croce celtica sul bicipite e una svastica sulla parete della camera da letto e Cristiano (Alvaro Caleca), un quattordicenne che considera il padre razzista la sua guida spirituale.
A completare questa strana famiglia c’è il loro unico amico, "Quattro formaggi" (Elio Germano), rimasto letteralmente fulminato dopo un incidente sul lavoro.

Un terzetto di disperati catapultato nell’opulenta, ma miserabile Italia del Nord Est. Un non-luogo scisso tra centri commerciali e boschi impenetrabili, tra casette a schiera e fiumi in piena, tra la pornostar Ramona e le statuette del Presepe. Una landa desolata dove, per citare una battuta di Rino, "Solo i ricchi sono liberi".

Ma al pari del romanzo, il film oltre a radiografare lo stato di crisi di un paese allo sfascio, attinge anche a modelli archetipi, a miti ancestrali.
Non a caso Salvatores parla delle analogie con Shakespeare.
A partire dai tre personaggi principali:  il re padre padrone, il figlio principe adolescente e il fool, il matto del paese.
E, al pari di tante opere del Bardo, anche in Come dio Comanda  c’è una notte buia tempestosa che cambierà per sempre la vita dei protagonisti.

Non mancano neanche i riferimenti alla tragedia greca, alla necessità di uccidere metaforicamente il padre.
Ma il regista critica pure il lassismo dei papà attuali, spesso incapaci di sostituire l’autoritarismo con l’autorevolezza e aggiunge: “Se sul set  dicessi a un attore di fare quello che vuole sarebbe un disastro. In questo senso apprezzo molto Mourinho, l'allenatore dell'inter,  che non ha paura di scegliere e si assume sempre  le sue responsabilità."

Per raccontare un’epopea nervosa e tragica, fatta di sangue, fango e acqua, (piove per quasi tutto il film) Salvatores ha scelto di girare tutto con la macchina a mano in un alternarsi di piani sequenza interrotti da un montaggio “scorretto” che non teme i salti di campo o i tagli all’interno della stessa inquadratura.

E se questa favola nera, gonfia di odio e amore, si conclude sulle note di Knocking on Heaven's Door cantata da Anthony (ma tutta la colonna sonora è davvero azzeccata) Salvatores svela che forse le parole giuste per capire l’essenza del film le ha scritte Leonard Coen: “Abbiamo tutti una crepa. Così la luce può entrare."

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