di David Saltuari

Uffici tristissimi, abiti dozzinali, periferie con villette a schiera abitati da famglie sospese tra l'inquietudine e la quotidianità, assassini quasi sempre un po' psicotici, disperati e quasi incolpevoli e sempre biondissimi. L'ispettore Derrick è stato, per tanti anni, uno standard insuperabile del giallo borghese europeo. Una visione superficiale lo ha troppo spesso liquidiato come un fenomeno trash, immitazione di un modello superiore innarivabile, le serie americane. Ma il telefilm della televisione tedesca è da sempre stato qualcosa di altro. Un incredibile mix tra ambientazioni fassbinderiane e incubi metropolitani.

La Monaco di Baviera nella quale si muoveva Horst Tappert, nell'inconfondibile trench dell'Ispettore Derrick, è un'inquietante città, abitata da famiglie benestanti, chiuse in mediocri villette nella periferia tedesca. Sotto una coperta di un'apparente perfezione sociale ed economica, vengono commessi brutali omicidi. A differenza del poliziottesco americano di quegli anni, in cui il crimine arriva ad incrinare un armonia che il poliziotto deve ristemare, in Derrick il crimine è endemico al mondo nel quale il poliziotto esiste. Tant'è che non esiste neanche lo svelamento del colpevole. Derrick non indaga, non cerca prove o indizzi. Ascolte le persone finché non sono loro stesse, sciacciate dalla propria colpa, a confessare il delitto. Ma l'armonia non è ricreata, non è mai esistita. Spesso l'assassino è un povero disgraziato, diventato carnefice solo perché non ha fatto in tempo a diventare vittima. Derrick è sta lì, fermo e gentile, a fare le veci dell'ineluttabile destino.

Horst Tappert era l'interprete perfetto per Derrick. Con quello sguardo melanconico e comprensivo, di chi guarda al fallimento della modesta utopia tedesca del dopoguerra, ovvero che una discreta mediocrità possa far sparire i demoni dell'animo umano. Ma anche nelle villette a schiera della periferia bavarese, tutte uguali e tutte perbene, si cela la tragedia umana.