di Francesco Chignola

I festival cinematografici vanno spesso a braccetto con le polemiche. Per ogni edizione c'è almeno un titolo destinato a far parlare di sé più di tutti gli altri al di là delle sue qualità intrinseche, ma per i temi che tratta, o ancora più sovente per il suo approccio a materie delicate quali, per esempio, il sesso, la religione, la morte.

Quando questo accade, il polverone generalmente si solleva ben prima che qualcuno abbia l'occasione di vedere il film. Ed è successo anche quest'anno, con Antichrist, il nuovo film di Lars Von Trier. Il regista che, dopo aver esordito con un'applaudita "trilogia europea" tra il 1984 e 1991, ideò nel 1995 insieme al collega Thomas Vinterberg il Dogme 95. Un movimento destinato a lasciare un segno fortissimo di sé, non solo nel cinema danese, ma anche più in generale nel cinema d'autore europeo. Un regista che torna a Cannes dopo aver vinto la manifestazione nel 2000 con Dancer in the dark.

Il cinema di Trier nel frattempo è profondamente mutato, ben prima che decidesse di "uccidere" la sua creatura decretanto la fine dell'era-Dogma. Ci sono state le prime due parti di una trilogia dedicata agli Stati Uniti, Dogville e Manderlay, che mostravano una regia più matura e consapevole, meno legata alle provocazioni. In attesa di Wasington, è il tempo di celebrare la nascita dell'Antichrist. Un film che si propone di scioccare, fin dal titolo e dalla trama, la cui protagonista è una coppia (Charlotte Gainsbourg e Willem Dafoe) che perde un figlio e si ritira in una capanna nel bosco dove la donna subirà una trasformazione psicologica.

Sesso, ossa spezzate, mutilazioni, eccetera: a sentire le voci che arrivano dalle prime proiezioni di Antichrist, lo shock è riuscito: Mike Collett-White della Reuters riferisce di reazioni di scherno, risate (involontarie), obiezioni alla scelta di dedicare il film alla memoria di Tarkovsky, e un critico statunitense che avrebbe definito il film "offensivo". D'altra parte Entertainment Weekly descrive il film come "una provocazione bella da vedere e dall'ottima presa pubblicitaria, con una copertura di allegoria pseudo-Cristiana buttata lì per distogliere le accuse di misoginia da parte di qualunque persona ragionevole". Aggiungendo che "il pubblico ha abboccato". Il Globe and Mail, sarcasticamente, definisce così il film: "Ingmar Bergman incontra Saw".

Chissà se il film arriverà nelle nostre sale tutto intero. Nel frattempo, fatevi scioccare dal trailer.



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