di Paolo Nizza

Era il 1987, quando la Digos bloccò in un cinema di Trento la proiezione di Il leone del deserto, il kolossal girato nel 1981 dal regista e produttore di origine siriana Moustapha Akkad, e incentrato sulla fase cruciale della repressione della resistenza libica da parte dell’esercito coloniale italiano.
All’epoca il film fu considerato “lesivo della dignità nazionale” e fu accusato di “vilipendio delle Forze Armate.”

Ma oggi i tempi sono cambiati. Il governo italiano ha firmato un accordo di “Amicizia, partneariato e cooperazione” con la Libia e per la prima volta il colonnello Muammar Gheddafi verrà in visita ufficiale in Italia.
E proprio in concomitanza  con la presenza del leader libico a Roma, SKY Cinema Classics trasmetterà l’11giugno Il leone del deserto.

Costato circa 35 milioni di dollari, un budget astronomico per l’epoca, il film si avvale di un cast d’eccezione. Anthony Quinn interpreta Omar al-Mukhtar, capo della resistenza libica, Oliver Reed veste i panni del generale Ivano Graziani e Rod Steiger  quelli di Benito Mussolini, mentre in parti minori ci sono Raf Vallone, John Gielgud, Irene Papas e Gastone Moschin.

Furono utilizzate oltre 8.500 comparse mentre gli armamenti presenti nel film vennero ricostruiti in Inghilterra con la collaborazione del Military Vehicle Museum e il barbiere di Rod Steiger era lo stesso di Benito Mussolini.

A proposito del film, lo storico inglese Denis Mack Smith sulla rivista Cinema Nuovo nel febbraio del 1982 scrisse: “Mai prima di questo film, gli orrori ma anche la nobiltà della guerriglia sono stati espressi in modo così memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai l'ingiustizia del colonialismo è stata denunciata con tanto vigore.”

Insomma, la visione di Il leone del deserto sarà certo un’occasione per discutere e riflettere perché, per usare le parole di Angelo Del Boca, pubblicate su Il Messaggero il 14 marzo 1983:
“Sono fatti accaduti 52 anni fa e che ancora oggi non trovano posto nei libri di scuola.
Fatti che ora Akkad ci ripropone, con la grande suggestione del technicolor, con l’efficacia del più potente mezzo di comunicazione: dobbiamo per questo aver paura di un brandello della nostra storia?”


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