di David Saltuari

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E' difficile valutare un singolo film della serie di Harry Potter come un lungometraggio normale. Con Harry Potter la Warner si è lanciata in un operazione mai vista prima (e probabilmente che mai più vedremo). L'ambizione di portare sullo schermo un ciclo di sette romanzi, seguendo il crescere naturale dei suoi interpreti/personaggi, da bambini fino a giovani adulti, è da far tremare i polsi. Eppure, arrivati ormai al sesto e terz'ultimo episodio l'operazione, dal punto di vista strettamente produttivo, si può dire riuscita. E dal punto di vista cinematografico?

La natura seriale di Harry Potter impedisce una valutazione normale per il singolo film. Come in un telefilm, non va giudicato l'episodio in quanto tale, ma la serie nel suo complesso. E non è un caso che a dirigere gli ultimi episodi sia stato chiamato un onesto mestierante come David Yates, capace di nascondersi con abilità dietro al marchio di fabbrica Warner senza lasciare troppo il segno come un Cuaron qualsiasi. Certo, Il Principe Mezzosangue è un bel film. E cupo, pauroso e inquietanto, ma anche spiritoso e romantico quanto basta. Sa bilanciarsi tra le due anime del romanzo da cui è tratto, mantenendo intatta la tradizione potteriana e lanciando i prossimi episodi. Eppure tutto il film ha senso solo se visto all'interno della serie completa, preso nella sua singolarità non significa più nulla.

La natura seriale dell'operazione diventa poi particolarmente evidente proprio in Il principe mezzosangue che, come in ogni finale di stagione che si rispetti, resta sospeso ad un cosidetto cliffhanger, un finale aperto che anziché conciliare il pubblico aumenta l'attesa per la prossima puntata. Per il cinema non è certo una novità: L'impero colpisce ancora, Ritorno al futuro II, Matrix Reloaded, Le due torri, sono, nei loro generi, altrettanti esempi di cliffhanger cinematografici. Eppure in Harry Potter la natura episodica del film è assolutamente dominante e pervasiva e obbliga ad abbandonare il giudizio sul film a favore di una riflessione sull'opera nel suo complesso.

Il fatto che a tutt'oggi la maggiore preoccupazione di chi va a vedere i film di Harry Potter sia la fedeltà (o meno) ai romanzi della serie è indizio di una debolezza di fondo di tutto il ciclo. Arrivati ormai alla fine è diventato abbastanza evidente che i film di Harry Potter faticano a non essere un mero supporto alla loro versione cartaceo. Un'eccessiva accondiscendenza verso il pubblico dei lettori ha spesso obbligato a una narrazione troppo superficiale nelle parti narrativamente più importanti, con il risultato che il lettore (che già conosce il finale) esce più o meno soddisfatto a seconda dei dettagli ha (ri)trovato, mentre lo spettatore normale cerca di aggrapparsi a quei pochi elementi contingenti che non necessitano di troppe spiegazioni (gli amori tra i protagonisti, la consapevolezza che c'è un cattivo da qualche parte, e così via). Il risultato è che il finale così aperto del Principe Mezzosangue (dettato dal romanzo, sia chiaro), può lasciare sconcertato un pubblico di non lettori, in cerca di conclusioni forse un po' più classiche. Il rischio è che il non lettore  non sappia e non si ricordi cosa ci sia successo nel film precedente e non abbia ben chiaro a cosa rimanda nel film successivo, ritrovandosi smarrito in un universo narrativo senza più riferimenti.

La risposta arriverà a partire dal 15 luglio, quando Harry Potter e il Principe Mezzosangue uscirà nelle sale di tutto il mondo.