di Francesco Chignola

Da quando qualche anno fa è esploso il fenomeno The Office, la piccola serie inglese che con le sue due stagioni, oltre a un remake americano che dura ormai da tre anni, ha creato un nuovo linguaggio rivoluzionando radicalmente il mondo delle sit-com, ci si aspettava che il suo inventore, autore e interprete principale Ricky Gervais prendesse il volo nel firmamento di Hollywood.

Se nei prossimi mesi arriveranno ben due film da lui interpretati e diretti, l'americano The Invention of Lying e il britannico Cemetery Junction, la prima occasione è stata Ghost town, in arrivo nelle sale italiane il 17 luglio 2009. E si può dire che l'occasione non sia stata per nulla sprecata: il film diretto dallo sceneggiatore David Koepp è infatti una "commedia romantica con fantasmi" davvero deliziosa, perfetta per una fuga di un paio d'ore dalla canicola cittadina - ma assai meno sciocca di quanto si possa credere.

Un film che rinverdisce i fasti della commedia fantastica americana ambientando a New York la storia di un dentista antipatico, avaro, misantropo e pure un po' bastardo che, dopo un brutto incidente in sala operatoria, acquista la capacità di vedere i fantasmi che infestano (letteralmente) le strade della Grande Mela. Ognuno dei quali, nella migliore tradizione della ghost story, ha lasciato qualcosa in sospeso, tra gli immensi grattacieli e le panchine di Central Park. Tra di essi c'è l'ex marito di una vicina di casa. Non vi riveliamo altro.

Ghost town, uscito lo scorso settembre negli Stati Uniti (siamo i soliti ritardatari!), ha comunque conquistato con il suo romanticismo intelligente e e la sua cinica leggerezza la critica americana. Tra le molte recensioni entusiaste ci sono anche quelle delle più importanti testate di New York, che hanno gradito l'omaggio che Koepp e Gervais hanno fatto alla città. Secondo il New York Times, i personaggi sembrano "resuscitare gli spiriti di classici scorbutici del cinema come W.C.Fields e comici romantici come Cary Grant e Carol Lombard nel territorio di Woody Allen".

Per il New York Post, "le sorprese narrative sono eseguite superbamente, fino a un climax che risponde alla definizione di finale perfetto data da David Mamet: è sia sorprendente che imprevedibile". E il New York Daily News loda in particolare la performance di Gervais: "non è un attore dalla gamma infinita, ma è così divertente senza alcuno sforzo che le sue sole espressioni causano risate prima ancora che apra bocca. E ancor più importante, dimostra che - piccolo o grande che sia lo schermo - è eternamente capace a identificare le anime perdute che si nascondono dietro le loro sbruffonate".