di Paolo Nizza

“Siamo tutti italiani”.
Con questo tormentone, il capocomico Aldo Fabrizi in Vita da cani cerca di accaparrarsi le simpatie altrui. Tuttavia, tra gli anni 40 e 50, le lingue sullo schermo sono parecchie e si oscilla tra il genovese di Gilberto Govi e il siciliano stretto di La terra trema di Luchino Visconti. Lo stesso Fabrizi bisticcia in romanesco con la fruttarola Anna Magnani in Campo De’Fiori . E se Totò, per colpa di un diavolo veneto fa il Giro d’Italia, agli italiani gli girano quando incontrano qualcuno che parla un idioma diverso. Come accade in Napoletani a Milano di Eduardo De Filippo, seguito da I milanesi a Napoli con Ugo Tognazzi. Ma pure tra sudisti non scorre buon sangue.
Basta pensare a  I Prepotenti e al suo sequel, in cui i partenopei di  Nino Taranto, si rimbeccano con i romani di  Aldo Fabrizi.
Cadenze ed espressioni dialettali impazzano sull’italica celluloide: dal "casanduoglio" (antica parola napoletana) usata da Totò in Miseria e Nobiltà per chiamare il salumiere, all’accento lumbard di Franca Valeri, la Cesira del Segno di Venere.
E sempre il principe Antonio De Curtis sulle tracce della Malafemmina , con la complicità di Peppino de Filippo, scambia un ghisa meneghino per un generale tedesco.

Sul vernacolo, Alberto Talegalli, alias, il Sor Clemente, ci costruisce una carriera, al pari del caratterista Guglielmo Inglese, che a dispetto del cognome, recita in pugliese strettissimo.
Più che dei campanelli, l’Italia è il paese dei Campanili. Non a caso il primo gioco collettivo trasmesso dalla Rai si chiama Campanile sera, in cui i concorrenti del nord e del sud si sfidano a suon di domande e prove atletiche.
Ma sarà proprio la televisione a fornire agli italiani una lingua comune, con tutti i guai che questo comporterà come profetizzato da Pier Paolo Pasolini. E proprio il regista di Accattone dara nuova dignità al linguaggio del sottoprolerariato romano

Intanto però sul piccolo schermo Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi sbertucciano in un caleidoscopio di dialetti, il viaggio lungo la valle del Po di Mario Soldati.
Siamo alla fine degli anni 50. Per dimostrare che Il Bel Paese è davvero unito, Sordi in Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo, sogna un lavoro a  Milano, tra "panettun" e "barbun" e addirittura in Venezia la luna e tu, insieme a Nino Manfredi e Riccardo Garrone, recita in perfetto veneto.
Negli anni 60, Vittorio Gassman, detto Er Pantera in L’audace colpo dei solito ignoti, cerca addirittura di imparare il  milanese dalla cocotte Vicky Ludovisi con esiti comici, ma quando veste l’uniforme del soldato settentrionale Giovanni Busacca in La grande Guerra commuove critica e pubblico. In fondo Gli Italiani sono brava gente come recita l’omonimo film di Giuseppe De Santis.

Tra un Nino Taranto, solerte funzionario di dogana barese doc in Totò contro i quattro e una Monica Vitti, ragazza con la pistola dal caldo sangue siculo, arrivano gli anni 70 e l’Italia, per citare l’apocalittico film di Steno, sì è rotta.
Giancarlo Giannini  da Mimì Metallurgico a Gennarino Carunchio duetta con la nordica e bionda Mariangela Melato.
Gian Maria Volontè, grazie al suo immenso talento, passa con disinvoltura dal meridionale Capo della omicidi di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto al settentrionale cottimista Lulù Massa di La classe operaia va in Paradiso.
Sia quella di Giannini sia quella di Volontè sono lingue inventate, non corrispondenti a una vera parlata regionale, frutto di un decennio di conflitti e di riflessioni. Il paese è un casino, come quello immaginato da Fellini in Roma, una babele di accenti e lingue. Si può solo ricordare, ovvero l’ Amarcord romagnolo. Al pari del film della Lina Wertmüller, su e giù per lo stiavle Tutto a posto e niente in ordine.
Ma un film L’albero degli zoccoli che racconta la vita in una cascina bergamasca vince la palma d’oro a Cannes nel 1978.

Con gli anni 80 si Ricomicia da tre. Massimo Troisi con la sua parlata inconfondibile sbanca i botteghini, (anche se qualche lumbard vorrebbe i sottotitoli).
Tornano le caratterizzazioni regionali, dal terrunciello Diego Abatantuono al padano Renato Pozzetto, da Si ringrazia la Regione Puglia per averci fornito i milanesi al mitico "cummenda" Zampetti.
Negli anni a venire, oltre all’immortale romanesco, si paleserà la comicità toscana, prima con i Giancattivi e Francesci Nuti, poi con Leonardo Pieraccioni e Giorgio Panariello. Uno humour lontano parente di  "Televacca" e del Cioni alias Roberto Benigni.
Il cinema scherza anche sulla lega lombarda con i transilvani Giovanni e Giacomo che chiedono al dracula terrone Aldo cosa sia una "cadrega" e con Incantesimo napoletano in cui uno scugnizzo si comporta come un perfetto "bauscia".
Non mancano comunque esperimenti più radicali in termini linguistici da Sangue Vivo, parlato in salentino a La capagira recitato in barese, da Totò che visse 2 volte di Ciprì e Maresco a  Nuovomondo di Crialese, sino ad arrivare al recente Gomorra e alla serie tv Romanzo Criminale che riporta in auge lo slang delle borgate romane con espressioni diventate un cult.

Insomma, il dialetto al cinema sembrava morto, ma forse era solo svenuto.
E basta guardare la videogallery qui sotto per dare ragione a Enno Flaiano: "L'italiano è una lingua parlata dai doppiatori."