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di Paolo Nizza


Bastardi senza gloria inizia con un tristemente fiabesco "C'era una volta nella Francia occupata dai nazisti" e finisce con un fantasmagorico rogo di celluloide in cui si consuma la vendetta degli ebrei.
In mezzo si dipana una babele di omaggi, stili, citazioni, atmosfere idiomi che trasformano i 150 minuti del film in una sorprendente favola nera in salsa kosher ricca di scene degne di un’antologia della storia del cinema.
Nel raccontare le gesta della squadra speciale di soldati ebrei paracadutati in Europa per collezionare scalpi di nazisti, Quentin Tarantino sfrutta al massimo la forza persuasiva della contaminazione, grazie alla sua enciclopedica cultura cinematografica e musicale (solo Quentin poteva indovinare che  Cat People di David Bowie avrebbe funzionato in un film ambientato nel 1944).

Wiston Churchill, Adolph Hitler, Joseph Göbbels,  Marika Rokk, Marlene DietrichDanielle Darrieux ed Emil Jannings si mescolano allo spaghetti western di Sergio Leone, al geniale Vogliamo Vivere di Lubitch all’idea di suspense cara a Hitchock, al Golem, al Sangue degli altri di Chabrol, ai film di Pabst. E proprio in una sala cinematografica di proprietà di Shosanna Dreyfuss, ragazza ebrea scampata al massacro della sua famiglia, avrà luogo la catartica resa dei conti, perché l'arte può ricreare la Storia e salvare il mondo.

Come un sapiente demiurgo, Quentin si affida a dialoghi dalla miccia lunga in cui la lingua inglese, tedesca e francese si alternano in un prolungato gioco al massacro, in cui lo spettatore non sa mai quando e se arriverà  la deflagrazione finale (ed è per questo che il film andrebbe visto in originale con i sottotitoli in italiano). Basterebbe la scena ambientata nel bar sotteraneo "La Louisianne" per dimostrare che a volte le parole sono pìù efficaci e spettacolari di qualsiasi effetto speciale.

Tra un cameo di Enzo G. Castellari (regista di Quel maledetto treno blindato a cui Tarantino si è ispirato), un generale britannico che si chiama Ed Fenech (Edwige è un mito per Quentin) e un americano che si spaccia per Antonio MargheritiBastardi senza gloria è anche una straordinaria lezione di regia (non a caso una delle battute dell film è “Noi in Francia rispettiamo i registi”) e un saggio di recitazione.
Con l’uniforme del colonnello nazista, cacciatore di ebrei, Hans Landa, l’attore austriaco Christoph Waltz ci offre una performance indimenticabile premiata con una strameritata Palma d’oro. Tant’è che senza di lui, ha dichiarato Tarantino, il film non si sarebbe fatto.
Brad Pitt nei panni di Aldo L’Apache (il  tenente a capo dei bastardi che ama dire "Noi siamo qui per ammazzare i nazisti e gli affari ci stanno andando bene") gioca con i cliché dell’eroe americano alla John Wayne, gigioneggia con il suo accento di Boston ed è irresistibile quando in smoking bianco smozzica un "Buongiorno" in uno zoppicante italiano.

Insomma, Bastardi senza gloria infiamma lo spettatore con il suo carico esplosivo di idee e sorprese. Una pellicola in cui persino la scarpetta di Cenerentola e la passione di Quentin per i piedi diventano un MacGuffin  . Un'opera matura, romantica  e brillante che  non ha paura di confrontarsi con la tragedia storica, ma anzi si diverte a modificare gli eventi della Seconda Guerra Mondiale perché come diceva Fellini:
"Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio".

Forse anche per questo in Bastardi senza gloria, Tarantino inserisce un film nel film: Nation's Pride, un docu-fiction per propagandare il nazismo, diretto dall'ebreo Eli Roth. Una trovata in perfetto stile tarantiniano.


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