di Francesco Chignola

Una volta, per motivi sindacali ora superati, si diceva che Joel era il regista e Ethan lo sceneggiatore. Ma i fratelli Coen sono davvero un caso quasi unico nella storia del cinema: due fratelli che lavorano fianco a fianco fin dall'inizio della loro carriera, scrivendo, montando (sotto lo pseudonimo di Roderick James), producendo e dirigendo i loro film. E nel giro di un quarto di secolo di film ne sono usciti ben quattordici, l'ultimo dei quali, A serious man, viene presentato proprio in questi giorni al Festival del Cinema di Roma dopo l'elogio della critica americana.

La loro è una delle filmografie più strane e insieme straordinarie del cinema americano di questi anni. Ma anche una delle più coese, nonostante gli sbalzi tra i generi. Tutto inizia nel 1984 quando i due fratelli (trentenne Joel, ventisettenne Ethan), dopo un'adolescenza passata a rigirare in casa con una cinepresa amatoriale i loro film preferiti e dopo la laurea (il primo in cinema a New York, il secondo in filosofia a Princeton), girano il loro primo film Blood simple. Che con la sua commistione di generi dice già molto della direzione che avrebbe preso il loro cinema, e che apre collaborazioni divenute poi indispensabili: prima tra tutte quella con l'attrice Frances McDormand, moglie di Joel proprio dal 1984, la vera icona femminile del loro cinema.



Negli anni successivi arriva la prima collaborazione con l'amico regista Sam Raimi (per la sceneggiatura del film, spesso dimenticato, I due criminali più pazzi del mondo) e il secondo film da loro diretto, Arizona Junior, la loro prima commedia. Ma è negli anni '90 che il loro cinema comincia a diventare "una cosa seria". Fin da subito, nel 1990, con il meraviglioso Crocevia della morte, gangster movie ambientato negli anni '30 e l'anno successivo con Barton Fink. Un film particolarmente importante per i due registi, visto che da lì inizia la collaborazione con il loro fidato direttore della fotografia Roger Deakins, e visto che si aggiudica tre nomination agli Oscar e - soprattutto - tre premi al festival di Cannes: la Palma d'Oro, la miglior regia, e la migliore interpretazione maschile. Quella di John Turturro.



Dopo Barton Fink, i Coen diventano i paladini della critica internazionale, e dopo Mister Hula Hoop, commedia sopra le righe ispirata al cinema di Frank Capra, infilano uno dietro l'altro due tra i titoli più importanti del cinema americano degli anni '90. Il primo amatissimo soprattutto dalla critica: il gelido, cinico, perfetto Fargo, ambientato nella loro Minneapolis. Sette nomination agli Academy Awards, due vittorie: Frances McDormand e la sceneggiatura - in altre parole, il loro primo Oscar. L'altro è uno dei favoriti del pubblico di più di una generazione: Il grande Lebowski, in cui un indimenticabile Jeff Bridges interpreta il ruolo del "Drugo" (in originale "The Dude"), un ex hippie alle prese con riscatti, rapimenti e scambi di persona, in una trama che sembra un libro di Chandler passato nel frullatore.



Il decennio in corso stabilisce definitivamente la loro fama, e l'alternarsi dei titoli diventa sempre più bizzarro: nel 2000 c'è la Grande Depressione di Fratello, dove sei? con George Clooney, l'anno successivo arriva l'algido e metafisico bianco e nero del fenomenale L'uomo che non c'era. Poi le cose si fanno più leggere: a Intolerable Cruelty (da noi crudelmente rititolato Se mi sposi, ti rovino), ispirato alla slapstick comedy, segue un remake di un classico della black comedy britannica, The Ladykillers. Ma il colpaccio (e il ritorno a temi più cupi) lo tengono per il 2007, adattando il romanzo di Cormac McCarthy Non è un paese per vecchi: il risultato è un capolavoro, uno dei film più amati dell'anno dal pubblico e dalla critica, e vince ben quattro Oscar - tre dei quali appartengono di diritto alla coppia: miglior film, regia, sceneggiatura. Insomma, un trionfo senza precedenti.



Dopo l'apparente respiro di Burn after reading, un'altra black comedy "coeniana" fino al midollo, è ora la volta di A serious man. Che la critica, in occasione della sua uscita nelle sale all'inizio di ottobre, ha già promosso a pieni voti, definendolo quasi all'unanimità come uno dei loro lavori migliori, ricco di humor nero e coerente con i temi personali sollevati in 25 anni di film. Probabilmente, si legge, è il loro film più maturo. In ogni caso, è l'ennesima consacrazione di due fratelli che dai Super 8 fatti nel salotto di casa sono arrivati a influire sul cinema del proprio paese come pochi altri. E amati come pochi altri, anche da noi.