Diventare adulti restando bambini significa essere umani, diceva lo scrittore austriaco Erich Kastner. Ed è questa la filosia su cui la Pixar ha costruito il poprio stile e la propria cifra. La prossima estate uscirà nelle sale americane (da noi probabilmente in autunno) Toy Story 3, il terzo film della saga iniziata nel 1995, e il capitolo finale di una rivoluzione non solo produttiva ma culturale. Per l'occasione la Disney Pixar ha realizzato questo breve filmato celebrativo, sulle note di You've got a friend in me, la canzone che Randy Newman ha scritto apposta per il primo film.

Così, mentre Up, l'ultimo film firmato dalla major creata da John Lassetter, sta trionfando nei cinema italiani, tutto il team della Pixar è già al lavoro per portare in sala un nuovo titolo della factory più creativa di Hollywood. In questo terzo capitolo, Andy, il bambino proprietario dei giocatoli, è ormai diventato grande. Ma non ha dimenticato i suoi giocattoli: prima di andare al college decide di conservarli in soffita ma, a causa di un disguido, vengono presi e gettati via. Finiranno in un asilo nido, sotto le grinfie di assatanti piccoli bambini e tocchera di nuovo a Woody salvare tutta la banda.

Al di là della rivoluzione portata nel mondo dell'animazione, eliminando la vecchia tecnica di "disegno animato" e sostituendola con la profonda animazione digitale, Toy Story ha segnato fin dall'inizio la poetica della Pixar: un'unica capacità di coniugare lo stupore infantile con la qualità narrativa richiesta dal pubblico adulto. Senza tentare facilmente di strizzare l'occhio ai più grandi con citazioni comprensibili solo a loro, trucco utilizzato da quasi tutte le altre case di produzione, la Pixar conquista il pubblico adulto facendo leva sulla sua indubbia qualità poetica; un tocco, quello Pixar, capace di toccare il cuore anche dello spettatore più cinico e disincantato.