di Francesco Chignola

Lo scorso maggio un film in bianco e nero ha vinto la Palma D'Oro al Festival di Cannes: si tratta di Il nastro bianco, uno dei film più belli e terribili del regista austriaco Michael Haneke, che finalmente arriva il 30 ottobre anche nelle sale del nostro paese. L'ultimo capitolo di una tendenza che ha visto molti autori del cinema contemporaneo cimentarsi con la fotografia desaturizzata.

Una tendenza che forse trova qualche difficoltà a penetrare nel grande pubblico, abituato irreparabilmente al colore ormai da quarant'anni, e a considerare il bianco e nero come una sorta limitazione delle potenzialità del cinema. In realtà, la splendida fotografia di Il nastro bianco potrebbe convincere gli spettatori del contrario: si tratta infatti di uno dei film visivamente più belli di quest'anno. In ogni caso, sono molti gli esempi di film, anche molto popolari, che negli ultimi due decenni hanno scelto i toni di grigio come strada per riprodurre la realtà. Ognuno, ovviamente, per ragioni differenti.

Molti registi tra cui Jim Jarmusch e Spike Lee già negli anni '80 avevano usato il bianco e nero come standard per i propri film, e Jarmusch stesso continuerà a farlo anche nei decenni successivi, con Dead man e Coffee and cigarettes. L'apripista di questa tendenza presso un pubblico più ampio si potrebbe indicare in Schindler's List di Steven Spielberg che nel 1993 guadagna non solo sette oscar ma anche più di 300 milioni di dollari scegliendo di raccontare in questo modo l'odissea dell'uomo che riuscì a salvare dai campi di concentramento più di mille rifugiati polacchi. Una scelta visiva molto forte e decisa: Spielberg si rifiuta infatti di girare il film con un negativo a colori, e Janusz Kamiński movita la scelta dicendo che deve dare l'impressione di un film "senza tempo" e mette tra le sue fonti di ispirazione il neorealismo italiano e l'espressionismo tedesco.


Negli anni successivi sono diversi i film in bianco e nero a guadagnarsi i favori del pubblico. Nel 1994 esce per esempio Ed Wood diretto da Tim Burton, che sostiene con forza da principio che il film non può che essere girato a quel modo. E rischia persino di non realizzarlo: la Columbia mette dei paletti perché non crede che un progetto simile sia vendibile. Per fortuna interviene la Disney, che produce uno dei film più belli del regista americano. Diverso il caso di Kevin Smith con Clerks, che sempre nel 1994 dà il via alla sua carriera: le sue ragioni sono però fondamentalmente economiche, visto che il bianco e nero costa meno e il budget è di circa 27 mila dollari, ma il film diventa presto un cult movie. Tra gli altri esempi celebri di quegli anni ci sono The addiction di Abel Ferrara e L'odio di Mathieu Kassovitz: entrambi utilizzano la tecnica per restituire un'idea di cinema urbano "sporco" e senza i compromessi edulcoranti del colore.



Dopo che nel 1998 con Celebrity anche un regista come Woody Allen, che aveva già diretto noti film in bianco e nero in passato, era tornato su quei passi, nel nuovo decennio troviamo nuovi autori e nuove applicazioni. Da un lato c'è quella più malinconica e filologica dei fratelli Coen, che in L'uomo che non c'era utilizzano il bianco e nero per omaggiare il cinema degli anni '50 arrivando quasi a mimetizzarsi con esso. In realtà il film viene girato da Roger Deakins a colori, e successivamente desaturato: esistono infatti delle copie del film a colori, in DVD. Dall'altro lato c'è Sin City di Robert Rodriguez, in cui il bianco e nero è utilizzato soprattutto per restituire sullo schermo la bidimensionalità e l'effetto grafico dei fumetti, e più in particolare dell'inimitabile stile di Frank Miller.



Negli ultimi anni il bianco e nero ha ritrovato definitivamente, un'altra volta, i favori del pubblico e della critica grazie al secondo film da regista di George Clooney, Good Night and Good Luck, nominato a 6 Oscar e vincitore di molti premi alla Mostra del Cinema di Venezia, tra cui la Coppa Volpi. In questo caso, il film viene girato in scala di grigi su una pellicola a colori, e corretto digitalmente in bianco e nero in post-produzione. La scelta è dettata anche da un'esigenza: quella di mantenere un'immagine simile a quella dei filmati d'archivio usati nel montaggio.



Ci sono poi almeno due registi, meno noti al grande pubblico ma amatissimi dai cinefili più arditi, che invece utilizzano esclusivamente il bianco e nero per i loro film. Il primo è Bela Tàrr, un autore ungherese i cui bellissimi film sono quasi invisibili in Italia ma il cui cinema è la dichiatata fonte d'ispirazione di Gus Van Sant per film come Elephant e Paranoid Park. L'altro è Guy Maddin, regista canadese oscuro per la grande distribuzione, anche se qualche suo titolo è uscito in Italia: l'ultimo è La canzone più triste del mondo. I film di Maddin rispondono a una missione: quella di ricreare, con lo stesso linguaggio di quei tempi, lo spirito dell'era del cinema muto.