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di Paolo Nizza

Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio non abitano qui. Nel 2008 la movida è morta e sepolta. Le luci di Madrid sono lontane. E Pedro Almodovar al suo 17° lungometraggio preferisce perdersi nel nero profondo dell’isola di Lanzarote e immergersi in un procelloso mare magnum metacinematografixo
Non a caso la pellicola  inizia con il dettaglio strettissimo di un iride femminile.
Basta l’occhio di una ragazza bionda appena conosciuta dalle misure perfette e dai tacchi alti  per riflettere tutto il potere catartico e magico delle immagini.

Perché Gli abbracci spezzati è una sontuosa Mise en Abyme, in cu il cineasta spagnolo  è consapevole che se guardi a lungo l’abisso, l’abisso a sua volta ti guarderà.
Da maestro del colore, l’uomo della Mancha diventa maestro così del dolore. In questa storia Magnifica ossessione incontra L'occhio che uccide, mentre gelosia, fatalità, tradimento e complesso di colpa giocano a rimpiattino.
D’altronde Proust insegna: la realta è il più abile dei nemici. E per ingannare il mondo, il protagonista del film , il regista Mateo Blanco, si inventa un'altra indentità quella dello scrittore Harry Caine.
Ma entrambi amano la stessa donna, Lena, morta in un incidente in cui Mateo- Harry ha perso la vista. Un trauma che il protagonista 14 anni dopo è costretto a rivivere raccontando la sua storia al suo giovane collaboratore.
L’evoluzione di un dolore, l’elaborazione di un lutto si trasforma così in una sorta di ricerca del tempo perduto, ma è un impresa disperata come ricostruire la foto di due amanti abbracciati, rotta in mille pezzi.

Gli abbracci spezzati è anche una storia di padri e figli, tutta giocata tra Edipo e Giocasta. Tant’è che si cita Daniel, il figlio down mai riconosciuto dallo scrittore Arthur Miller. E per tutte le due ore del film si agita il fantasma del potere che ha il viso del Tycon Ernesto, il padre padrone, il vilain roso dalla gelosia che crede di poter comprare l’amore.
Negli Abbracci spezzati, ricorre di continuo l’immagine della scala, icona cinematografica di ogni melò che si rispetti: da Via col vento a Femmina folle.
Ma la pellicola è un melodramma asciutto che poco ha in comune con i film precedenti di Almodóvar, se non un vaga assonanza con Folle…folle…folleme…tim, corto del 1978 in cui cecità e inganni di coppia vanno a bracetto.

I personaggi degli Abbracci spezzati hanno esaurito le lacrime prima dei titoli di testa, splendidi e girati in un formato indefinibile. Si piange solo dentro la pellicola, all’interno del film nel film, ovvero nelle sequenze tratte da Ragazze e valigie versione aggiornata di Donne sull’orlo di una crisi di  nervi.
Allora, grazie alla magia del set, ci si può commuovere per un gazpacho. E in questo Penelope Cruz è straordinaria. Alla sua quarta collaborazione con Pedro, Penelope  ci offre la sua interpretazione più complessa e matura. L’attrice spagnola riesce a cambiare stato d’animo ed espressione con la medesima naturalezza con cui cambia le parrucche.

Negli Abbracci spezzati si parla molto, come mai era accaduto nel cinema di Almodovar e i dialoghi folgorano quanto un effetto speciale. Le scene madri sono affidate alla voce di Jeanne Moreau in Ascensore per il patibolo o al viso sgomento di Ingrid Bergman in Viaggio in Italia davanti alla coppia carbonizzata dall’eruzione di Pompei.
L’unico autentico abbraccio possibile e quello con la settima arte. Lo sapeva anche il Truffaut di Effetto notte: “I film sono più armoniosi della vita,non ci sono intoppi nei film, non ci sono rallentamenti. I film vanno avanti come i treni, -Come i treni nella notte”.
Per cui l’unica cosa che resta da fare è finire il proprio lavoro. Come recita la battuta che chiude Gli abbracci spezzati: “un film va terminato comunque anche se si è ciechi”.

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