Di Fausto Galosi 
 

Il diavolo probabilmente. O qualcosa che ha a che fare con il superamento dei meccanismi di selfcontrol, con la trance e i suoi derivati o più banalmente con la malattia mentale, con l'isteria, con l'esibizionismo psicotico, con la cialtroneria più o meno consapevole.

Liberami, uno dei film più sorprendenti presentati a Venezia, non prende posizione, non giudica, non spiega, non interpreta, non commenta. Semplicemente ci mostra una serie di interventi su persone disturbate, squilibrate, "invasate", con uno sguardo disincantato, qualche volta ironico, ma sempre fondamentalmente rispettoso. Anche perché alla base c'è un lungo processo di accostamento alla materia: anni e anni di frequentazioni, documentazione e riprese. E soprattutto la conquista di una certa dose di familiarità e  di fiducia da parte degli esorcizzati , che si lasciano andare davanti alla macchina da presa senza remore, raccontandosi e mostrandosi in situazioni limite.
 

All'origine c'è l'incontro con un prete fuori del comune: un esorcista siculo che fa il suo "sporco" lavoro con estrema naturalezza, con una disinvoltura sbrigativa (memorabile l'episodio dell'esorcismo eseguito al telefono). Un personaggio sanguigno, colorito, intrigante che dà al film un tono da commedia  e ci regala una serie di spunti comici irresistibili, ma in un contesto realmente "drammatico" e per certi versi inquietante. È come se Don Camillo praticasse l'esorcismo. Solo che in questo caso è tutto vero, là comicità involontaria delle situazioni si intreccia con dei momenti di cinema sconvolgente, perturbante: gli "indemoniati" fanno un po’ ridere ma certe volte fanno davvero paura.
 

E alla fine resta la sensazione di essere entrati in contatto con un mondo che sembrerebbe legato ad epoche lontane, ma che forse non ci è così estraneo come vorremmo credere, se è vero, come ci avverte una didascalia conclusiva, che la richiesta di esorcismi negli ultimi anni in Italia è aumentata in misura esponenziale.