Il più grande sogno: la rivincita di un ex criminale

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Il più grande sogno è l’opera d’esordio del regista Michele Vannucci e racconta di un ex criminale che uscito di prigione tenta di rifarsi una vita riqualificando un quartiere alla periferia di Roma. Presentato allo scorso Festival del Cinema di Venezia è candidato ai David di Donatello per il Miglior Regista Esordiente e al 3 Future Award

A 39 anni Mirko è appena uscito dal carcere: fuori, nella periferia di Roma, lo aspetta un futuro da inventare. Quando viene eletto Presidente del comitato di quartiere, decide di sognare un’esistenza diversa. Non solo per sé e per la propria famiglia, ma anche per tutta la borgata in cui vive. Questo film racconta di un “bandito” che, aiutato dal suo migliore amico Boccione, vuol trasformare l’indifferenza del quartiere in solidarietà, l’asfalto in un rigoglioso campo di pomodori, inventandosi custode di una felicità che neanche lui sa bene come raggiungere. È la storia di un sogno fragile e irrazionale, capace di regalare un futuro a chi non credeva di meritarsi neanche un presente.

 

Il regista Michele Vannucci inizia a sviluppare l’idea per il film nel 2012 mentre si sta diplomando al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. A dare il via al progetto è l’incontro con Mirko Frezza, un presidente di quartiere che cercava di lasciarsi alle spalle la vita di strada per costruire un nuovo futuro per i cittadini che rappresenta e che diventerà anche l’attore protagonista del film.

 

 

 

Del film il regista parla così: “Il più grande Sogno è un film di finzione che nasce dalla realtà e che, grazie alla generosità di un gruppo di persone disposte a mettersi in gioco, torna alla realtà attraverso una messa in scena che si muove libera tra commedia, melò e crime.

 

Mirko Frezza, al suo primo ruolo importante, non aveva idea che la carriera di attore potesse entrare a far parte della sua vita finché Michele, affascinato dalla sua storia, gli chiederà anche di interpretarla. Frezza ne parla così: “ho iniziato a raccontargli di me, lui a frequentare il quartiere. Arrivava, tirava fuori il suo registratore e parlavamo. Era là, in ascolto della mia realtà. Alcune cose non erano facili da digerire, per me per primo. Gli raccontavo la mia vita e spesso la rivedevo in una luce diversa. Il nostro è stato uno scambio continuo, raccontargli la mia storia e poi interpretarla è stato il risultato di una “ricerca” interiore che abbiamo affrontato insieme”.

A 39 anni Mirko è appena uscito dal carcere: fuori, nella periferia di Roma, lo aspetta un futuro da inventare. Quando viene eletto Presidente del comitato di quartiere, decide di sognare un’esistenza diversa. Non solo per sé e per la propria famiglia, ma anche per tutta la borgata in cui vive. Questo film racconta di un “bandito” che, aiutato dal suo migliore amico Boccione, vuol trasformare l’indifferenza del quartiere in solidarietà, l’asfalto in un rigoglioso campo di pomodori, inventandosi custode di una felicità che neanche lui sa bene come raggiungere. È la storia di un sogno fragile e irrazionale, capace di regalare un futuro a chi non credeva di meritarsi neanche un presente.

 

Il regista Michele Vannucci inizia a sviluppare l’idea per il film nel 2012 mentre si sta diplomando al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. A dare il via al progetto è l’incontro con Mirko Frezza, un presidente di quartiere che cercava di lasciarsi alle spalle la vita di strada per costruire un nuovo futuro per i cittadini che rappresenta e che diventerà anche l’attore protagonista del film.

 

 

 

 

Del film il regista parla così: “Il più grande Sogno è un film di finzione che nasce dalla realtà e che, grazie alla generosità di un gruppo di persone disposte a mettersi in gioco, torna alla realtà attraverso una messa in scena che si muove libera tra commedia, melò e crime.

 

Mirko Frezza, al suo primo ruolo importante, non aveva idea che la carriera di attore potesse entrare a far parte della sua vita finché Michele, affascinato dalla sua storia, gli chiederà anche di interpretarla. Frezza ne parla così: “ho iniziato a raccontargli di me, lui a frequentare il quartiere. Arrivava, tirava fuori il suo registratore e parlavamo. Era là, in ascolto della mia realtà. Alcune cose non erano facili da digerire, per me per primo. Gli raccontavo la mia vita e spesso la rivedevo in una luce diversa. Il nostro è stato uno scambio continuo, raccontargli la mia storia e poi interpretarla è stato il risultato di una “ricerca” interiore che abbiamo affrontato insieme”.