Festival Venezia 2017: Three Billboard outside Ebbing, Missouri: la recensione

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Woody Harrelson e il poliziotto William Willoughby

Tra dramma e commedia Three Billboard outside Ebbing, Missouri uno dei film più riusciti e applauditi di questa prima parte della Mostra del Cinema. Con Frances McDormand e Woody Harrelson

(@gabace)

Una sceneggiatura di ferro, attori in stato di grazia con una primadonna d’eccezione e un continuo rollercoaster tra dramma e commedia fanno di Three Billboard outside Ebbing, Missouri uno dei film più riusciti e applauditi – assieme a The Shape of Water di Del Toro e a The Leisure seeker di Virzì – di questa prima parte della Mostra del cinema.

Dopo il brutale omicidio della giovane figlia, Mildred Hayes, donna decisa a tutto (una grandissima, geniale Frances McDormand) fa affiggere alle porte della cittadina di Emming tre enormi manifesti che denunciano l’inerzia della polizia locale, capitanata da William Willoughby (l’immenso Woody Harrelson). L’affissione è il detonatore di uno scontro tra la donna e il resto della comunità che la isola, anzi la osteggia. Ma non è uno scontro tra buoni e cattivi: perché lo sceriffo alla fine non è un pessimo soggetto, e per di più è gravemente malato di cancro al pancreas. E il suo vice – violento, razzista, stupido bamboccione magnificamente impersonato da Sam Rockwell – avrà una parabola che lo porterà a riscattarsi anche agli occhi di chi lo disprezza. E la stessa donna, mossa da un dolore straziante e da un senso di colpa feroce per non aver impedito la tragica fine della figlia adolescente, non si ferma davanti a nulla: compreso mettere a fuoco e fiamme la stazione della polizia.

Come nell’altro film made in Usa visto al Lido, Suburbicon di George Clooney, si racconta l’America profonda dove razzismo, maschilismo e omofobia sono all’ordine del giorno. E anche qui, come in Clooney, l’atmosfera richiama il grande cinema dei fratelli Coen: battute a effetto, colpi di scena sconcertanti, personaggi tridimensionali, una messa in scena efficace, senza fronzoli, tanta cattiveria, risate e umanità. Ma mentre i Coen, con gli anni, si sono allontanati dai loro standard elevatissimi (in primis Fargo), 3 Billboards che rende omaggio ai due fratelli prendendone in prestito l’attrice feticcio e il compositore (Carter Burwell) pare non sbagliare un colpo. Giova ricordare che alla scrittura e alla regia di questa perla che il Lido ci ha regalato è il commediografo britannico Martin McDonagh, multipremiato per le sue opere teatrali e regista di due commedie nere non banali, In Bruges e 7 psicopatici. Con 3 Billboards firma la sua opera migliore. Sapremo tra poco se Venezia lo riterrà meritevole di un grosso premio (quello per la sceneggiatura se lo meriterebbe in pieno): sicuramente sarà uno dei favoriti nella gara per gli Oscar 2018.