Trama FIFI HOWLS FROM HAPPINESS | Sky Cinema
FIFI HOWLS FROM HAPPINESS

FIFI HOWLS FROM HAPPINESS

96'2013Documentario
  • Regia: Mitra Farahani
  • Genere: Documentario
  • Paese: USA, Iran, Francia
  • Durata: 96'
  • Data di uscita: 2013
  • Titolo originale: FIFI HOWLS FROM HAPPINESS

Cast:

Trama:

Il Francis Bacon del Medioriente si chiama Bahman Mohassess. Pur essendo uno dei più importanti artisti iraniani contemporanei, quella di Mohassess è una figura avvolta nell'oscurità e nel mistero. Una storia, la sua, misconosciuta, perché in contrasto con quella scritta da chi detiene il potere in Iran. A condurlo alla luce dei riflettori - mentre tutti lo davano per morto e le sue opere venivano vendute nel mondo a quotazioni elevate - è stata la pittrice e filmmaker Mitra Farahani, anche lei protagonista di un percorso di allontanamento dall'Iran degli ayatollah. L'incontro tra questi due spiriti anticonformisti ha dato origine a un'opera che va al di là del semplice documentario biografico, per configurarsi come una profonda riflessione sul potere assolutista dell'arte.
Scegliendo la forma della videointervista, alternata a filmati di repertorio e a immagini di opere d'arte, la regista scruta nella vita di Mohassess, riconducendo il presente - che lo vede rintanato in una camera d'albergo romana, da cui non esce mai - a un tormentato passato di amore e odio nei confronti del suo paese. Quell'Iran in cui l'artista si è formato e che ha abbandonato per la prima volta nel 1953. Lasciata Teheran per proseguire gli studi all'Accademia di belle arti di Roma, Mohassess vi fa ritorno negli anni Sessanta. Ma la ventata conservatrice soffiata dalla rivoluzione rende le sue opere ostili al regime. La sua arte iconoclasta e provocatrice non è più gradita e il pittore si trasferisce nuovamente in Italia. Il rifiuto del suo paese fa nascere in lui quel malcelato disgusto dell'umanità che lo spinge a distruggere la gran parte delle sue opere rimaste invendute. Dissacrante e amante della provocazione estrema, Mohassess non ritiene i posteri degni di custodire i frutti della sua creazione, trattati alla stregua di figli. «Del resto - ammette l'artista davanti alla macchina da presa - sono un omosessuale, non lascerò figli in eredità».
Tra battute taglienti e sconcertanti frammenti di verità di un'anima votata all'individualismo, Mohassess concede alla regista, e con lei agli spettatori, di entrare nel suo strano mondo, superando con una brillante ironia la diffidenza che lo ha sempre separato dagli altri. Quello ripreso dalla giovane Farahani è un uomo di settantanove anni che non ha perso il senso del denaro, che gli ha consentito di fare ottimi affari con le sue opere, né la disincantata lucidità con cui ha sempre guardato a un mondo giudicato in decadimento. Uno spirito di decadenza che pervade ogni suo quadro o scultura e che contrasta con la forza vitale di opere nate da una febbrile fame di creazione. Un bisogno atavico, che ha spinto l'artista a inseguire la perfezione assoluta, divina.
Con un continuo scambio di ruoli tra regista e soggetto della narrazione, frutto della personalità irruenta e smaniosa di controllo di Mohassess, il pittore dà vita alla sua ultima creazione, sotto lo sguardo inconsapevole di Farahani, che si ritrova ad assistere agli ultimi giorni di vita dell'artista, scomparso nel 2010 proprio durante le riprese. L'evento ammanta il documentario di un ulteriore significato, rendendolo testamento artistico e spirituale e mettendo in discussione la legittimità da parte dei media di spingere il realismo sino al punto di mostrare la morte in diretta. Farahani consegna, così, agli estimatori di Mohassess un documento importante, il cui unico difetto è quello di sottrarre vigore a opere che andrebbero godute nell'immediatezza istintiva della visione, anziché attraverso la lente di una macchina da presa. Se solo il loro autore non avesse giudicato l'umanità indegna di un tale privilegio.

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