Trama THE HUMBLING | Sky Cinema
THE HUMBLING

THE HUMBLING

112'2014Drammatico
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  • Regia: Barry Levinson
  • Genere: Drammatico
  • Paese: USA
  • Durata: 112'
  • Data di uscita: 2014
  • Titolo originale: THE HUMBLING

Cast:

Al Pacino, Greta Gerwig, Kyra Sedgwick, Nina Arianda, Charles Grodin, Dianne Wiest, Dan Hedaya, Billy Porter, Maria Di Angelis, Li Jun Li, Ricky Paull Goldin, Victor Cruz, Katrina E. Perkins, Maria-Christina Oliveras, Andrea Barnes

Trama:

Simon Axler ha perso la magia. Celebre attore di teatro, Axler non riesce più a recitare, a sentire il pubblico, a nutrire il suo dono. Incalzato dalla depressione, tenta un maldestro suicidio nella sua casa nel Connecticut. Soccorso dal suo agente, che vorrebbe convincerlo a tornare in scena, e 'riabilitato' in un ospedale psichiatrico, Axler incontra una giovane donna e con lei una ragione di vita. Giovane ed eccentrica, Pegeen, sembra la risposta alle preghiere di Simon ma il principio di realtà avrà la meglio sui progetti senili dell'attore, che troverà in Shakespeare pace e ispirazione.
La vocazione teatrale, la filmografia diffusa di rara qualità, la perdita della misura dopo essere stato icona esistenziale e volto emblematico dei recessi dell'anima tradita e della crisi irreversibile del mito americano, rendevano Al Pacino l'interprete ideale di The Humbling, trasposizione del romanzo omonimo di Philip Roth. Eppure qualcosa non va nel film di Barry Levinson, regista intelligente ma mai troppo ispirato, che non riesce a trovare la forma giusta per rendere indimenticabile il suo cinema e che rovescia in commedia il dramma senile di Simon Axler, umiliato dal fallimento e da un suicidio fallito.
Lontano dal cuore del romanzo, il potere della finzione e la sua inesorabile precarietà, The Humbling è un film convenzionale che alla maniera del suo Axler è sprovvisto di magia, ispirazione, presenza (scenica). Difficile allora per il protagonista di Al Pacino 'restare in piedi', impedito dal mal di schiena e da un'enfasi gigionesca, che sposa la regia sbilanciata e strepitata di Levinson. Più occupato e preoccupato di adulare il pubblico, il regista americano si limita a selezionare e ricomporre gli eventi principali del romanzo, dimenticando di fare cinema e di farne cinema. A mancare, a film e interpretazione, è la capacità di 'usare' il materiale narrativo, realizzando un'opera nuova, un'opera altra e indirizzata verso esiti inediti. Al Pacino era la risorsa, il corpo intorno e addosso al quale sperimentare le inesorabili parole di Roth e di un personaggio-attore incalzato dal fantasma della mortalità. Messo faccia a faccia col pensiero della fine dalla vecchiaia artistica, da un'impressione di rigidità, da un'incapacità di frenare il caos che lo pervade o dal cinema che lo possiede, l'attore americano allunga le mani sul futuro, muovendo ancora una volta il suo sguardo implorante e livido verso lo spettatore. Ed è nel tentativo di rimandare il disfacimento della carne e del corpo (attoriale), nel gesto fuori misura e nel culmine del delirio interpretativo, che Al Pacino si avvicina incredibilmente (e suo malgrado) al protagonista di Roth, guardando in maniera diretta alla sua estinzione e indebolendo negli spettatori la fede in quella spettacolare illusione che è il teatro, il cinema, la performance attoriale. Re Lear contemporaneo, Pacino declama Shakespeare dalle tavole del palcoscenico e davanti a un pubblico di comparse. In mezzo scorre il dolore, il talento enorme che non trova più un ruolo (e un regista) e tutto lo smarrimento di un dono, affilato come una lama affondata nel cuore.

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