Trama 13 HOURS: THE SECRET SOLDIERS OF BENGHAZI | Sky Cinema
13 HOURS: THE SECRET SOLDIERS OF BENGHAZI

13 HOURS: THE SECRET SOLDIERS OF BENGHAZI

144'2016Azione
Guarda il trailer
  • Regia: Michael Bay
  • Genere: Azione
  • Paese: USA
  • Durata: 144'
  • Data di uscita: 2016
  • Titolo originale: 13 HOURS: THE SECRET SOLDIERS OF BENGHAZI

Cast:

John Krasinski, Pablo Schreiber, James Badge Dale, Max Martini, David Denman, Freddie Stroma, Toby Stephens, David Costabile, Dominic Fumusa, Demetrius Grosse, Alexia Barlier, Liisa Evastina, Elektra Anastasi, Frida Cauchi, John Krasinski, Freddie Stroma, Toby Stephens, Pablo Schreiber, David Denman, Max Martini, James Badge Dale, Dominic Fumusa, David Giuntoli, David Costabile, Wrenn Schmidt, Elektra Anastasi, Peyman Moaadi, Liisa Evastina

Trama:

Libia, 2012. Jack Silva, bisognoso di qualche guadagno extra, sceglie di imbracciare nuovamente il fucile per i GRS, le Guardie di Sicurezza, corpo di appoggio alla CIA. Arrivato a Bengasi, si trova ben presto al centro di una guerra civile. L'ultimo giorno della sua missione coincide con un attacco, ampiamente pianificato, di terroristi libici alla base segreta americana.
Aspettarsi attente disamine sul senso di una situazione intricata o sulla psicologia dei fronti bellici opposti è totalmente fuori contesto. 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi è un film di Michael Bay: come tale, non è il luogo per domandarsi se sia giusto o sbagliato che l'America reciti il ruolo non richiesto di gendarme del mondo, o se il fatto di essere presente in forze anche lontano da casa propria sia causa diretta della perdita assurda di molte vite umane, americane e non.
Se Bay lancia un'invettiva politica in 13 Hours, questa è rivolta all'amministrazione in carica durante i fatti di Bengasi, e in particolare a Hilary Clinton - allora Segretario di Stato, durante l'uscita del film invece nel pieno della corsa alla Casa Bianca - attraverso riferimenti non troppo velati alla mancanza di interesse nel sostegno alle truppe e al prevalere di burocrati, che pensano solo alla pensione in luoghi che invece dovrebbero ospitare solo combattenti di professione. La rivisitazione dei fatti di Bengasi si trasforma quindi, quasi inevitabilmente, nella glorificazione dei contractors, di quei veterani restituiti alla vita civile - barba incolta, lenti a contatto, chiacchiere in skype con i familiair - ma incapaci di fare a meno del fronte di guerra. E consapevoli che la loro presenza sia fondamentale, "laggiù", in quel famigerato Medio Oriente, disprezzato per il clima e i suoi pericoli, ma inevitabile destinazione dei soldati nordamericani. Con 13 Hours Bay realizza un'opera che non si pone per niente come minore nella sua filmografia, ma al contrario come uno degli episodi più forti sul piano teorico. Riprendendo lo spirito da anarchico di destra tipico di Eastwood - guerrieri da una parte, scaldascrivanie che sanno solo dare ordini dall'altra - il regista di Transformers si getta a capofitto nell'epica della guerra perpetua soffermandosi sull'assuefazione alla stessa. Già visto in The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, si dirà, ma la forza di Bay è (anche) l'umiltà di chi non si illude nemmeno per un attimo di essere il primo ad affermare qualcosa; unita alla tenacia di chi sa che i concetti a volte vanno ripetuti con forza perché possano divenire persistenti.
13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi, tratto dalla vera storia dell'assalto alla dépendance dell'ambasciata statunitense a Bengasi, comincia dalle immagini di cronaca su Gheddafi per dedicarsi poi alla ricostruzione fittizia di personaggi e situazioni che abbandonano ben presto un'idea di verosimiglianza. A Bay, e a noi che non riusciamo a distogliere lo sguardo dalle immagini in digitale ad altissima definizione, interessa assai meno risultare credibile che rendere l'idea sulla babele linguistica e culturale di un Paese dilaniato, lontano e impossibile da ricondurre a un paragone con l'Occidente. "Surreale... Mondi diversi" è la frase con cui uno dei contractors definisce le azioni dei libici "buoni", difficili da comprendere e da distinguere, almeno quanto i loro corrispettivi "malvagi". Per questi ultimi, una volta identificati con chiarezza, non esiste alcun habeas corpus in grado di salvarli. Il loro destino è quello inevitabile, comune agli Indiani di Ombre rosse, agli zombi di Romero (rievocati dalla Zombieland, mattatoio abbandonato attraversato dagli assalitori) o agli alieni di Space Invaders: essere abbattuti senza aver pronunciato una parola, né aver lasciato un segno che possa testimoniare la loro appartenenza al genere umano. Ma è di questa incomprensione della diversità, di questo "o noi o loro" che ribadisce la diffidenza nei confronti dell'altro da sé, che si

Mostra altro