Trama DOBBIAMO PARLARE | Sky Cinema
DOBBIAMO PARLARE

DOBBIAMO PARLARE

98'2015Commedia
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  • Regia: Sergio Rubini
  • Genere: Commedia
  • Paese: Italia
  • Durata: 98'
  • Data di uscita: 2015
  • Titolo originale: DOBBIAMO PARLARE

Cast:

Fabrizio Bentivoglio, Isabella Ragonese, Maria Pia Calzone, Sergio Rubini

Trama:

Vanni e Linda convivono in un attico in affitto nel centro di Roma. Vanni scrive romanzi, Linda 'collabora' ai suoi romanzi. Tra un vernissage e una mostra di Basquiat, frequentano Alfredo e Costanza, una coppia sull'orlo di una crisi di nervi. Alfredo è un chirurgo col vizio della sveglia presto e dell'amante, Costanza una dermatologa con le medesime abitudini. Decisi a sfogare le loro frustrazioni nel salotto degli amici, Alfredo e Costanza prendono in ostaggio la coppia e recriminano a voce alta passato e presente. Nel tentativo impossibile di contenerli, Vanni e Linda finiscono per scendere in campo e a darsene anche loro di santa ragione. Qualcuno al termine della notte finirà per farsi male.
Accomodato da qualche tempo nei salotti (quasi sempre) romani, il cinema italiano discute il nome da dare ai propri figli o gli assegni di mantenimento da firmare alle proprie mogli, recuperando la trattazione esplicita della materia politica. Così in interni borghesi situati nel cuore di Roma vivono famiglie di sinistra, che seguono la linea arte-spirito-ragione-vulnerabilità-astrattezza, 'assediate' da famiglie di destra, che infilano il filo rosso cibo-sesso-denaro-istinto-concretezza.
Dobbiamo parlare non si sottrae alla logica di attribuzione di valori che estende a ogni campo (la scopa è di sinistra, l'aspirapolvere di destra) e aggiunge una concentrazione tutta mucciniana sulla dimensione totalizzante del sentimento amoroso. Se da una parte, come nella celebre canzone di Gaber (Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra?), Sergio Rubini mette in scena la disparità culturale sinistra-destra, illustrata in passato dallo scontro fantozziano 'proiezione del Potëmkin e partita di calcio', dall'altra contrappone sul divano due coppie capaci soltanto di parlare di loro stessi e preoccupate soltanto della fedeltà del partner (e al partner).
Nel salotto di un attico sabotato (scaldabagno che non scalda, infissi permeabili all'acqua, impianto elettrico cortocircuitato) per non offendere troppo la sensibilità dello spettatore 'fuori porta', l'ideologia diventa una sorta di continuazione degli aspetti sentimentali e amorosi che costituiscono gli ingredienti più superficialmente evidenti del film. Dobbiamo parlare schiera a sinistra la coppia Ragonese-Rubini, con la loro visione dell'amore radical e progressista (al matrimonio preferiscono la convivenza) e a destra la coppia Calzone-Bentivoglio, conformista e benestante (il loro legame è fondato esclusivamente sui beni materiali). In bilico sui mali politici e su quelli sentimentali, Rubini prova a fare dialogare le parti con risultati naïf nel modo di vivere la propria appartenenza sentimentale, sociale, politica. Le parole sbraitate e sguaiate, per dissimularne l'inefficacia e l'approssimazione, non riescono a tessere una commedia sul rischio della verità a tutti i costi. Riuniti i protagonisti per fare il punto delle loro reciproche relazioni, Rubini li condurrà a una sorta di tregua, uno spazio in cui lasciarsi o riprendersi. A mancare tuttavia è la plausibilità dei passaggi emozionali, delle pulsioni personali, delle successioni di alleanze e delle ostilità inattese. Per tenere il ritmo, la fluidità e lo sviluppo drammatico, per corrompere la commedia di un rancore progressivo o condurre i personaggi verso un'implacabile misantropia, serve un controllo che difetta ad autore e attori. La regia conferma il riassorbimento compiuto dell'ideologia negli oggetti del rito borghese, le interpretazioni, martirizzate da una storia di 'mal di pancia' ancora una volta collocata a 'destra e a manca' e nel quartiere romano 'bene', il trionfo del canone recitativo televisivo, in cui ogni espressione e gesto è enfatizzato, sottolineato all'estremo, esasperato, amplificato. Il volto e il corpo che patisce di più il processo di omogeneizzazione è quello di Fabrizio Bentivoglio, a cui Rubini affida intollerabilmente un ruolo 'coatto' che contrasta la sua naturale (e luminosa) inerzia. De

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