Trama LA GRANDE RABBIA | Sky Cinema
LA GRANDE RABBIA

LA GRANDE RABBIA

2015Drammatico
  • Regia: Claudio Fragasso
  • Genere: Drammatico
  • Paese: Italia
  • Durata:
  • Data di uscita: 2015
  • Titolo originale: LA GRANDE RABBIA

Cast:

Edoardo Purgatori, Giulio Base, Flavio Bucci, Alessandra Carlesi, Maurizio Matteo Merli, Luciano Marinelli

Trama:

La periferia vissuta come stato di emarginazione, la lotta contro un nemico invisibile, ideologie confuse e legami insondabili. Sullo sfondo degli scontri avvenuti nel 2014 nel quartiere romano di Torsapienza, due amici si rincontrano dopo anni, accomunati dalla voglia di riscatto per una vita migliore. Matteo rifugge le responsabilità rifiutandosi di seguire le orme di un fratello poliziotto - costretto ad andare allo stadio per farsi "sputare in faccia dagli Ultras" -, e di un padre netturbino che ha fatto della spazzatura la sua filosofia di vita. Benito, alias Benny, invece è un ragazzo di colore appena uscito dal carcere dopo essere stato condannato a due anni per un incontro clandestino in cui ha quasi ucciso il suo avversario. Entrambi dichiaratamente fascisti, vagano per la città eterna alla ricerca di un tesoro perduto, inconsapevoli di quanto il loro lento errare li condurrà a dover fare i conti con una città - e un quartiere soprattutto - in rivolta contro gli immigrati. Tra un campo nomadi, una vecchia stazione abbandonata, incontri di fighting (combattimenti a mani nude) e una donna in difficoltà, le proteste del quartiere non si limiteranno a fare da sfondo alle vicende dei due amici, trascinandoli in un tripudio di manganelli e cori razzisti fino ai piedi di un palazzo occupato.
Con sguardo volutamente apartitico, Claudio Fragasso mostra con il dovuto distacco un razzismo gratuito, assurto a valore fondante di una buona parte dei cittadini romani, decisi a condannare a grandi linee la delinquenza degli immigrati per mantenere un immaginario status quo. Matteo e Benny, come molti altri, abbracciano una rilettura sommaria dei precetti hitleriani - conosciuti per sentito dire - che qui dimostra come l'ideologia neofascista si presenti come caricatura parossistica del passato regime, in un tripudio d'ignoranza e d'incitamento rabbioso alla violenza.
Il fagocitante ritmo del Piotta tesse la colonna sonora come un'immaginario fil rouge tra l'alternarsi di sequenze reali - girate durante le tensioni del 2014 nello stesso quartiere - e il registro narrativo di finzione in cui è racchiusa l'amicizia dei protagonisti. Un bianco e nero sporco richiama l'estetica de L'odio di Kassovitz, secondo il principio per cui la periferia, che sia essa Banlieu Parigina o sobborgo romano, trova la sua miglior rappresentazione in un'immagine desaturata e neutra, in cui sono le ombre dei volti a raccontare le tensioni più di quanto non facciano i rossi accesi di un'esplosione.
Rossella Drudi, sceneggiatrice e moglie del regista, mette a segno uno script verboso, che ha come obiettivo la messa in scena dello spirito del tempo, penalizzando suo malgrado il ritmo narrativo che sottolinea a più riprese una recitazione non sempre convincente. La denuncia sociale tracima una staticità macchinosa, apparendo in ultima analisi leggermente banale e posticcia.
Interessante è l'abuso e la perdita di significato di una simbologia ormai obsoleta, in cui croci celtiche e Che Guevara vorrebbero essere richiamo ideologico per un intero tessuto socioculturale, che vive la necessità d'identificarsi con nuovi valori. Se la croce celtica è, infatti, simbolo di un pensiero destroide, cui far riferimento nella violenta battaglia delle periferie romane, l'immagine del Che Guevara è qui a determinare una sorta di filosofia pop per cui il rivoluzionario è emblema da affiggere nel salotto di casa, dietro la Venere televisione.

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