Trama ACQUA DI MARZO | Sky Cinema
ACQUA DI MARZO

ACQUA DI MARZO

100'2016Drammatico
  • Regia: Ciro De Caro
  • Genere: Drammatico
  • Paese: Italia
  • Durata: 100'
  • Data di uscita: 2016
  • Titolo originale: ACQUA DI MARZO

Cast:

Roberto Caccioppoli, Claudia Vismara, Rossella d'Andrea, Sara Tosti, Gianni d'Andrea, Anita Zagaria, Nicola Di Pinto, Cristian Di Sante

Trama:

Libero è un musicista che progetta chitarre e collabora da precario con un'agenzia di pubblicità. Convive con Francesca, aspirante attrice: il loro è un rapporto stanco, spesso conflittuale, segnato non tanto dal reciproco disinteresse quanto dalla frustrazione lavorativa che ha logorato entrambi. Quando la madre di Libero, che gli telefona più volte al giorno, lo convoca perché la nonna è in fin di vita, l'uomo è costretto a tornare a Battipaglia dove lo aspettano i genitori, polemici e rompiscatole, e una ex compagna di scuola, Neve, separata con figlia. Riuscirà Libero (che tanto libero non è) a confrontarsi con il passato e a intravvedere un futuro? Al suo secondo lungometraggio dopo l'ottimo Spaghetti Story, Ciro De Caro si conferma uno dei nuovi cineasti italiani più interessanti, anche se Acqua di marzo, che racconta i dolori di crescita di una generazione (quella del regista-sceneggiatore), è affetto da analoghe difficoltà nel passaggio da un esordio assai riuscito a un secondo film su cui gravavano grandi aspettative. De Caro ha il coraggio di non ripetersi, scegliendo la via della commedia romantica invece che quella del cazzeggio generazionale, e insieme a Rossella D'Andrea, che qui come in Spaghetti Story è cosceneggiatrice e interprete (nel ruolo di Neve, molto ben recitato), costruisce una storia sulla necessità di cambiamento per un Paese annichilito dalla mancanza di opportunità e umiliato dall'assenza di riconoscimento del merito, in cui l'adolescenza è resa interminabile. E come nel suo film precedente, anche in Acqua di marzo De Caro consegna alle donne il ruolo di motori della storia: più inclini ad assecondare (e determinare) il cambiamento, più lucide e coraggiose nel chiamare le cose con il loro nome e nel riconoscere la fine di una storia. Il faticoso processo di formazione alla vita adulta è dunque in mano a quelle donne che si fanno carico del peso del mondo, trascinandosi dietro compagni assai meno consapevoli e responsabili. De Caro lavora molto sul linguaggio cinematografico, il che è di per sé un valore, in un'epoca in cui il cinema italiano si limita a replicare prototipi. A volte i suoi interventi sulla grammatica filmica funzionano, a volte meno: ad esempio i numerosi tagli di montaggio sono utilissimi quando accorciano (senza mai eliminarli del tutto) i tempi morti o comunicano la qualità frammentaria delle relazioni umane, meno bene quando accelerano artificialmente scene troppo lunghe e verbose. I dialoghi uomo-donna sono molto ben scritti, tendono invece ad eccedere, lasciando spazio a una recitazione sopra le righe, i monologhi al maschile (di Libero, di suo padre, e soprattutto di Don Gianni, che sembra appartenere ad un altro film per enfasi recitativa).

La coesistenza di un presente e un passato mai relegato al flashback è una bella idea cinematografica, invece la reiterazione plurima della stessa scena, senza che ne evolva una chiara lettura (come fa invece la bella scena iniziale e finale), risulta artificiosa. La creazione di elementi di disturbo all'interno di una scena (i rumori d'ambiente, i petardi tirati dal chierichetto durante un dialogo) fanno felicemente parte della cifra autoriale di De Caro, la dominanza assoluta dei dialoghi rispetto alle svolte narrative rischia invece di confinare il suo cinema in un ambito postmorettiano che toglie al regista originalità d'autore.

Il sostrato doloroso di chi, come la generazione di De Caro, vede il proprio lavoro creativo delegittimato a hobby e cronicamente sottopagato è ben presente e dà spessore a tutta la narrazione. Questa volta, rispetto a Spaghetti Story, sono meno presenti l'umorismo surreale (incarnato in quel film dal personaggio di Christian) e la leggerezza. Ma De Caro è interessante anche quando inciampa, perché non smette di cercare la propria forma espressiva, che in questo caso ricalca perfettamente il contenuto: la storia di personaggi che talvolta faticano a trovare il proprio passo e la p

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