Alien, evoluzione di un successo

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In occasione dell'uscita di Prometheus (il 14 settembre), prequel del mitico "Alien" di Ridley Scott, Sky rende omaggio alla saga fantascientifica. GUARDA L'INFOGRAFICA DELL'EVOLUZIONE DI ALIEN

di Massimo Vallorani

Immaginate un mostro alto più di due metri e mezzo, una testa senza occhi ma con due bocche, artigli affilati, una coda irta di protuberanze appuntite e taglienti. Aggiungete di affrontarlo in una labirintica astronave a milioni di anni luce dalla Terra in una disperata lotta per la sopravvivenza. Ecco, in queste brevi righe potrebbe essere racchiusa la trama di  "Alien", diretto nel 1979 da Ridley Scott. Un film apperentemente semplice che, tuttavia,  è diventato il capostipite assoluto di un certo tipo di fantascienza. Anzi, senza aver paura di esagerare, la fantascienza post Alien non è stata più la stessa e ogni film di questo genere uscito in seguito, deve profondi debiti di riconoscenza alle geniali intuizioni del suo regista.

E' lecito allora chiedersi il perché di questo straordinario successo visto che il film era nato con un budget molto ridotto e andava a collocarsi nel genere b-movie degli horror fantascientifici.

Innanzitutto c'è stata la capacità di Ridley Scott di riproporre il filone fanta-horror degli anni 50 svuotandolo però dell'ingenuità intrinseca dei film di quegli anni. Poi il rifiuto radicale dell'estetica del cinema di fantascienza anni 70, fatta di ambienti tendenti al bianco e geometricamente asettici (la memoria va soprattutto a Stanley Kubrick e al suo "2001 Odissea nello spazio"). Tutto viene sostituito da un'ambientazione gotica, in cui predomina l'oscurità, la cupezza, l'angolo nascosto in cui si annida il pericolo e l'imprevisto mortale. Niente è come sembra e tutto si rende confuso come in labirinto oscuro in cui si è sicuri di perdersi. La nave "Nostromo" in cui si colloca tutta la vicenda assomiglia più ad un ventre di un animale preistorico che a una moderna astronave capace di solcare le profondità dello spazio. I componenti dell'equipaggio sono semplici vittime sacrificabili alla malvagità della bestia e alle idee della "compagnia" che vuole l'alieno per i suoi esperimenti bio-genetici.

A questo pessimismo voluto fortemente da Ridley Scott vengono aggiunte le idee perverse dell'artista svizzero H. R. Giger, vero ispiratore dell'alien o meglio della sua fusione con l'umano, dell'inorganico con l'organico, del nostro "io" con qualcosa di malvagio e sconcertante. Sottile corre dentro la narrazione del film il riferimento sessuale, l'allusione oscena tra il mostro sempre pronto a fecondare l'umano più che ad annientarlo. Il risultato è che gli alien non sono al di fuori di noi ma anche dentro di noi, covano le loro creature nel nostro corpo, si nutrono di noi: diventano copie mostruose in una indistinguibile e orrenda promiscuità.

Altra idea vincente del film di Scott è quello della presenza di un eroe femminile dai tratti vagamente androgini che finirà per prevalere sull'alieno. Stiamo parlando della mitica Ripley con il volto e le rudezze di Sigourney Weaver: donna forte combattiva, risoluta fino alla fine, capostipite di un nuovo tipo di eroina cinematografica e narrativa.

Un modello quello di Ripley esportato anche negli altri tre film della saga: "Aliens - Scontro finale" del 1986 diretto da James Cameron, "Alien 3" del 1992 diretto da David Fincher e "Alien - La clonazione (Alien Resurrection)" film del 1997 diretto da Jean-Pierre Jeunet. Naturalmente, va da sè, che i tre sequel dell'originale, pur nelle differenze registiche e narrative, mantengono fondamentalmente la stessa struttura ideata e costruita dal geniale Ridley Scott e impiantata come un uovo alieno nel corpo della fantascienza di oggi.