Django Unchained: la recensione

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James Foxx, anche con l'abito blu elettrico da valletto, è un Django letale

Tra i film che  vedremo in onda sul canale dedicato al cinema di Quentin Tarantino c'è anche Django Unchained, il fiammeggiante spaghetti western  vincitore di  due premi Oscar:  miglior sceneggiatura e miglior attore non protagonista a Christoph Waltz



di Paolo Nizza


C’era una volta il West. Ma non è  "Il paese della libertà, dove il lento Missouri va giù verso il mare, dove un uomo e un uomo e c'è fortuna per tutti", come recita una famosa canzone popolare americana. In Django Unchained Il grande sentiero cede il passo a Il grande silenzio.
Così, tra titoli di testa rosso sangue, suggellati dalle note di Luis Bacalov e dalla voce di Rocky Roberts, si dipana l’omaggio al Django di Sergio Corbucci, nume tutelare del nuovo film firmato da Quentin Tarantino.

Siamo nel 1858, poco  prima dello scoppio della Guerra Civile Americana, In un florilegio di schiene black, umiliate dalla sferza, e di caviglie mangiate da ferrigne catene, inizia l’epopea di Django (Jamie Foxx), lo schiavo di una piantagione, liberato dal Dottor King Schultz (Christoph Waltz, premiato con un Golden Globe e un Oscar), dentista per hobby e cacciatore di taglie per scelta, per vendicarsi del suo precedente proprietario e salvare la moglie Broomhilda (Kerry Washington) dalle grinfie di Calvin Candie (Leonardo DiCaprio), perfido schiavista del Mississippi.

“Più cattivi sono, più alto è il premio”, sentenzia il germanico bounty killer dal grilletto facile e dalla favella rapida.  A bordo del suo fiacre, impreziosito da un gigantesco molare, a ricordo degli studi odontoiatrici,  il mentore crucco, sorta di fratello bonaccione del colonnello Hans Landa di Bastardi senza gloria, trasforma, in stile Yoda, il nero apprendista in una macchina da guerra pronta a gridare: ”Mi piace come muori”.
Sicché, pure agghindato da valletto in blu elettrico che pare uscire da un quadro di Thomas Gainsborough, Django, unico afromericano a cavallo all'interno del film, spedisce a ingrassare i cavoli un’infinità di ceffi, farabutti e negrieri di ogni risma. E tra una birra spillata e una taglia incassata, Schultz si meraviglia che la moglie dell’ex schiavo si chiami come l’eroina dell’Anello dei Nibelungo. Ma l'amore, si sa, non ha confini. Le acque del Reno sono identiche a quelle del Mississippi, quando si naviga nel mito e nella passione.

Insomma, come in Kill Bill anche in Django Unchained la vendetta è un piatto che va consumato freddo. E non importa se sei un Klingon o un cowboy. Tra nomi, situazioni e musiche che rimandano non solo agli spaghetti western, ma anche alla blaxploitation e al mito wagneriano di Sigfrido, Tarantino sbertuccia anche il Griffith di Nascita di una nazione trasformando il Ku Klus Klan in una barzelletta, con tanto di cameo del pingue Jonah Hill. Tuttavia in Django Unchained albergano demoni con  cui è difficile scherzare.

Basti pensare a Calvin Candie, lo schiavista con il vezzo di farsi appellare Monsieur, pure se non parla una parola di francese. Tarantino introduce il personaggio con lo zoom a schiaffo tipico degli anni 70, mentre Calvin si gode la sanguinaria lucha libre fra due Mandingo al Cleopatra Club di fronte a un attonito Franco Nero, il Django originale, consapevole che la D del nome è sempre muta. Per la prima volta nei panni del villain, Leonardo DiCaprio è un fatuo Caligola del West. Al posto dello scettro impugna un martello per strombettare  un’abietta lectio magistrali di frenologia.
E tra un “Coco, dammi un confetto” e  “Signori avevate la mia curiosità ora avete la mia attenzione”, il  vizioso imperatore con il fiore bianco all’occhiello ricorda ai sudditi che “con tutto ciò che è di mia proprietà faccio quello che voglio”. Ma il character più terrificante di Django Unchained è  Stephen, lo schiavo più devoto del padroncino Candy.  Con bastone e basettoni bianchi, il personaggio interpretato da Samuel L. Jackson è uno Zio Tom adulterato, un nero più razzista di un adepto della fratellanza ariana, un mostro occhiuto di quelli che non si dimenticano facilmente. 

Al pari della tragedia dello schiavismo, perché la realtà di quel periodo, per citare Tarantino, “supera di gran lunga anche la storia più bella che si possa inventare”.
Così. tra un cameo di Quentin, redneck dall'accento australiano, ed Elisa che canta "io so chi sei, chi sempre sarai e quando mi vedrai ricorderai", le  colt intonano la loro fiammeggiante sinfonia di morte. Django si scatena finché il bianco del cotone cede al rosso del sangue versato. La leggenda, con buona pace dell'uomo che uccise Liberty Valance, questa volta perde il duello con la realtà. Eppure per una volta Quentin è d'accordo con il mai amato John Ford: "Nel dubbio fate un western".