Will Hunting: su quella panchina una lezione di cinema

Uno scatto tratto dalla locandina di "Will Hunting - Genio ribelle", in onda venerdì 22 agosto alle 21.10 su Sky Cinema 1

Prosegue l'omaggio di Sky Cinema all'indimenticato Robin Williams col film diretto da Gus Van Sant, che gli è valso il premio Oscar come Miglior Attore Non Protagonista. L'appuntamento è per venerdì 22 agosto alle 21.10 su Sky Cinema 1

di Paola Tribisonna

C'è qualcosa che accomuna tutte le performances attoriali di Robin Williams e ha a che fare con una singolare profondità, unita a quell'aura di mistero che lo avvolgeva come un abbraccio caldo e si insinuava tra le pieghe del suo corpo, tra le molteplici espressioni di un viso allenato a far ridere e a far commuovere. Perché lui, Robin, era capace di valicare le barriere che separano lo spettatore dall'artista. Ti entrava dentro, Robin, con la forza dirompente di uno sguardo, col sorriso malinconico di un eterno ragazzo, con la generosità tipica di chi sapeva mettersi al servizio dell'arte.

Un po' genio e un po' ribelle, Robin. Come il protagonista di Will Hunting, il film che gli è valso l'Oscar e che l'ha consacrato nell'Olimpo del cinema.
"L'uomo con troppe qualità, che aveva gli occhi troppo azzurri, il talento troppo grande. Che aveva la paura di vivere troppo profonda perché potesse sopravviverle, che aveva il cervello di Einstein e il carattere di Paperino", come ha scritto di lui il critico Roger Ebert. "Ecco, è come che se nella casa di Tiburon fosse morto Paperino, quando tutti i bambini sanno che Paperino non può morire", gli ha fatto eco Vittorio Zucconi.
Una figura immortale, nell'immaginario collettivo. E non stupisce affatto che l'attore abbia vestito i panni di Peter Pan, "il bambino che non voleva crescere", cristallizzato in un eterno presente, come un simulacro dentro una nicchia. Da venerare, proteggere.

Un monumento all'artista. Come quella panchina dove l'attore pronunciò l'indimenticabile monologo in Will Hunting ("Non sai cos’è la vera perdita, perché questa si verifica solo quando ami una cosa più di quanto ami te stesso: dubito che tu abbia mai osato amare qualcuno a tal punto") e che oggi raccoglie gli attestati di stima dei tanti, tantissimi ammiratori provenienti da tutto il mondo.
Perché da quel tragico 11 agosto 2014 quella panchina immersa nel parco di Boston appartiene a Robin/Sean, lo strizzacervelli del film.
Un uomo capace di ascoltare e di comprendere i problemi di Will (Matt Damon), un ragazzo che porta cucite sul suo corpo le ferite procurate da un patrigno violento.
Un'esistenza solitaria, quella di Will, trascorsa in compagnia dei libri di chimica, psicologia, scienze. Ma è soprattutto la matematica a placare la sua indole inquieta.
Una materia che, grazie al suo inscindibile binomio di bellezza e di verità, è il gancio nel cielo che consente a Will di evadere dal mondo reale, con la sua complessa e inestricabile rete di compromessi, delusioni e opinioni che costituiscono le relazioni umane.

Will fa l'inserviente presso la scuola tecnica più prestigiosa del mondo (MIT). Lì risolve un problema lasciato aperto dal professor Gerald Lambeau, vincitore del Premio Nobel per la matematica. Lambeau ci mette poco a capire che il ragazzo è una perla nera.
Gerald decide, allora, di portarlo dagli psicologi, ma Will ha letto tutti i libri sul tema ed è lui a psicanalizzare loro.
Decide, dunque, di presentargli il dottor Sean McGuire, interpretato da Robin Williams. Un incontro destinato a cambiare radicalmente le vite di entrambi. Perché l'uno si rivede nell'altro, in un complesso gioco di specchi sapientemente messo in scena da Gus Van Sant.

Dopo un inizio stentato, in cui il dottor McGuire gli urla contro: "Sei un genio, chi lo nega questo. Ma dietro la tua aria arrogante, si nasconde un bulletto che si caga addosso dalla paura", i rapporti migliorano sensibilmente e a quel punto si può parlare anche di baseball o di ragazze (Skylar, la giovane di cui Will si invaghisce, interpretata da Minnie Driver), perché il patto di fiducia è stato sancito. Da entrambi.
E, in questo affidarsi all'altro, che ha il sapore di un incontro padre/figlio, si gioca tutta la carica emotiva del film.

Robin interpreta un medico, ma nella vita reale è stato Will. E, forse, lo è stato fino alla fine dei suoi giorni, quando ha scelto di togliersi la vita con una cintura, nel silenzio della sua casa. "Sono stato un ragazzo solitario. Da Chicago a Detroit a San Francisco, cambiai sette scuole: ero figlio unico, mio padre aveva cinquant’anni quando io nacqui, figlio di una coppia di divorziati sempre pronti a trasferirsi. I ragazzi dei loro due precedenti matrimoni vivevano lontani, la mia immaginazione era la sola amica", dichiarò l'attore in un'intervista.

Immaginazione, pie illusioni, falsi miti. E adesso chi glielo spiega ai bambini che Peter Pan non è immortale, come si credeva? Chi glielo spiega che dietro quell'immagine survoltata si nascondeva un'anima inquieta?
"Ho cominciato questo lavoro appena nato, ho fatto ridere mia madre quando ho protestato perché mi spruzzava il latte dal seno direttamente negli occhi e ho detto: basta, mamma!".
E ci hai fatto ridere, Robin. Ma ci hai fatto anche piangere. Eri genio e ribelle al tempo stesso. Solo che alla fine ha avuto la meglio l'istinto di ribellione contro la vita. La tua.

Su Sky Cinema 1 prosegue l'omaggio all'indimenticato attore americano con Will Hunting - Genio ribelle, in onda venerdì 22 agosto alle 21.10.