"Io sto con la sposa": un atto di disobbedienza civile 2.0

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Una foto tratta da "Io sto con la sposa", il film documentario diretto da Gabriele Del Grande, Antonio Augugliaro e Khaled Soliman Al Nassiry. Foto di Marco Garofalo

Tre registi visionari diventano complici di un sogno che infrange le frontiere. ln attesa che il film sia presentato fuori concorso a Venezia, leggi l'intervista ad Antonio Augugliaro, che ha diretto il film con Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry

di Paola Tribisonna

La disobbedienza contro la legge per la prima volta indossa un abito di tulle bianco e gli occhi dolci di Tasneem, giovane palestinese, protagonista del documentario diretto da Gabriele Del Grande, Antonio Augugliaro e Khaled Soliman Al Nassiry.
Un film, ma anche un'azione politica, che impressiona per il coraggio di valicare i confini, oltre che per la forza del messaggio.

Ricordando a tutti che il Mediterraneo è diventata la fossa comune di una delle più strazianti tragedie del dopoguerra, Io sto con la sposa muove dall'impegno civile di un gruppo di attivisti per i diritti dei migranti e racconta la storia di un finto corteo nuziale, organizzato per permettere a cinque palestinesi sbarcati a Lampedusa, in fuga dalla guerra, di attraversare l'Europa, eludendo i controlli alle barriere di confine. D'altronde chi chiederebbe mai i documenti a una sposa?

Sinossi geniale, storia di elevato valore sociale e forte denuncia alle istituzioni, che piangono le morti dei migranti, ma non fanno nulla per evitarle. Ma soprattutto vicenda accaduta realmente: tremila chilometri per un viaggio da Milano a Stoccolma, che assume i connotati di un atto di disobbedienza civile 2.0, dove i canoni del gesto "radicale" subiscono un riadattamento alla luce delle tecnologie e del mutato contesto socio-economico del 2014: uno scenario che consente a tre registi di ricorrere al crowfunding e alla mobilitazione online per dare all'iniziativa una base solida dalla quale partire.
E il successo è stato immediato. É lo stesso regista Antonio Augugliaro a raccontarcelo in questa intervista, che precede la proiezione (fuori concorso) del film al Festival del Cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti.

Antonio, cominciamo dall'inizio. Può descriverci la genesi del progetto?
Un giorno, alla Stazione Centrale di Milano, Gabriele ( n.d.r. del Grande) e Khaled Soliman Al Nassiry incontrarono un ragazzo che parlava in arabo. Era uno dei superstiti del naufragio dell'11 ottobre, quello in cui morirono circa 200 persone. Il ragazzo aveva visto cose atroci e cercava di raggiungere la Svezia. Fu il primo ad essere coinvolto nel progetto, poi ci mettemmo alla ricerca degli altri personaggi.

Avete dichiarato che uno dei motivi che vi ha fatto appassionare al progetto è stato l'uso di un linguaggio diverso col quale raccontare l'immigrazione.
É vero, generalmente si ha uno sguardo pietistico nei confronti del fenomeno e il meccanismo narrativo che si innesta è quello "Giornalista Occidentale Intervista Povero Migrante Disperato". In questo caso, invece, abbiamo fatto qualcosa di completamente diverso, fondendo i due punti di vista: il nostro - quello occidentale - e quello dei migranti. Il risultato è stato incredibile, è una storia con un respiro - se vogliamo - anche poetico.

Presentando Io sto con la sposa avete parlato della ricerca di una nuova estetica della frontiera.
É così. Siamo riusciti nell'intento di raccontare un'Europa diversa, golardica, solidale e transnazionale. L'Europa di chi ci ha aperto le porte e ci ha ospitato lungo il viaggio. Ma per noi la nuova estetica della frontiera è soprattutto uno sguardo nuovo, scevro da vittimismo e commiserazione. Nel film, raccontiamo prima di tutto una storia che ha il gusto dell'avventura, del sogno e la forma di una maschera.

Questo bizzarro e necessario corteo nuziale ha la forza per incarnare il simbolo di un fenomeno sociale e politico?
É già diventato un simbolo. Basta vedere con quale - e quanto - interesse le persone si sono avvicinate al progetto e ci hanno sostenuto. Per non parlare dei media nazionali e internazionali...Il riscontro è stato notevole e questo è soltanto il punto di partenza.

Parliamo del crowfunding. Perché avete scelto questa modalità di produzione "dal basso"?
É stata un'autentica scommessa. Ci siamo chiesti se avessimo potuto contare su dei complici ai nostri sogni e li abbiamo trovati. É stato un successo inaspettato, travolgente. Col tempo, il 'filmino' e' diventato un film, prodotto dal basso, con i 98.151 mila euro raccolti da quasi 2600 persone. La lista dei Paesi dei donatori va dall'Arabia Saudita all'Australia, dall'Egitto a Israele, dall'Italia agli Stati Uniti.

Dall'inizio del conflitto siriano le tragedie sono aumentate, come quelle che hanno coperto di bare i moli di Lampedusa. Questo film è un modo per scuotere le coscienze? É l'arte al servizio della denuncia?
Io sto con la sposa è arte e denuncia allo stesso tempo, ma è anche un'azione politica. A mio avviso, la denuncia, tuttavia, non è l'ingrediente chiave del film. Il senso più profondo è racchiuso dalla parola speranza. L'avventura, il suo linguaggio e l'accoglienza nei confronti dell'altro sono temi che attraggono. Il successo del film è dato da un mix di tutto questo.

É vero che avete rischiato una condanna a 15 anni per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina?
Sì, è vero, ma abbiamo deciso di prenderci questa responsabilità. Se ci avessero colto in flagranza di reato durante il viaggio ci avrebbero processato immediatamente, ma questo per fortuna non è successo. Ad oggi, il rischio è ancora presente, ma aiutare anche solo una persona a uscire da quel mare di sangue ci fa sentire dalla parte del giusto.

Dopo il Festival di Venezia quali sono i prossimi obiettivi?
Speriamo di ottenere grande visibilità da Venezia, poi abbiamo messo in conto un tour nelle scuole. La distribuzione cinematografica partirà dal 9 ottobre.

Un'ultima, necessaria, domanda: c'è qualcuno, secondo lei, che non sta con la sposa?
Spero di no. Chi si professa contro questo progetto automaticamente non crede che "il cielo sia di tutti", come si dice spesso nel film. Mi auguro che la pellicola apra uno squarcio nel muro dell'indifferenza e che possa animare il dibattito pubblico.