Indiana Jones secondo Soderbergh, muto e in bianco e nero

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Un'immagine de “I predatori dell'arca perduta in bianco e nero”.

Come apprezzare al meglio l'arte di Steven Spielberg? Per il regista di Sesso bugie e videotape e Ocean's Eleven non ci sono dubbi: togliete l'audio e i colori. Quel che resta è un capolavoro

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Certe volte per apprezzare al meglio l'arte di qualcuno bravo come Steven Spielberg bisogna agire per sottrazione. Ne è convinto il suo collega Steven Soderbergh, cineasta sperimentale in Sesso bugie e videotape e di massa in Ocean's Eleven: se si tolgono audio e colori, dice, il talento registico del maestro americano emerge ancora più puro. Non ci credete? Controllate voi stessi. Sì perché Soderbergh non si limita a teorizzare quel che a prima vista può sembrare assurdo, ovvero levare ad un capolavoro alcune delle sue caratteristiche principali, ma mostra anche il risultato. Sul suo sito-negozio l'autore di The Informant ha infatti condiviso una versione de I Predatori dell'arca perduta in bianco e nero e muta, visto che i dialoghi sono coperti da una colonna sonora elettronica. Lo scopo, come racconta nel post di accompagnamento al video, è costringere lo spettatore a concentrarsi sulla messa in scena, ovvero su come ogni singola sequenza è costruita, dai movimenti degli attori a quelli della camera alla disposizione degli elementi che entrano nell'inquadratura. Un'arte complessa di cui, secondo Soderbergh, Spielberg è appunto maestro.

Cliccando QUI trovate I Predatori dell'arca perduta in bianco e nero

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“Parto dalla teoria che un film dovrebbe funzionare anche senza audio e, sulla base di questa teoria, la messa in scena diventa cruciale”, scrive Soderbergh per illustrare la sua visione del cinema e le ragioni della scelta di apportare modifiche alla pellicola spielberghiana. E I predatori dell'arca perduta, uscito, ricordiamo, nel 1981 è, secondo lui, una delle migliori dimostrazioni di questo assunto. Il primo film in cui compare l'archeologo avventuriero interpretato da Harrison Ford è, sotto questo aspetto, praticamente perfetto ed è per questo che siamo invitati ad osservarlo così rimaneggiato. “Voglio che lo guardiate e pensiate soltanto alla messa in scena, come le sequenze sono costruite e sviluppate, quali sono le regole di movimento e le linee del montaggio”, continua Soderbergh. “Vedete se riuscite a ricostruire il processo mentale che ha portato a queste scelte chiedendovi perché ogni inquadratura – lunga o corta che sia – è stata girata per quella esatta lunghezza e messa in quell'ordine”.

Un maestro -
Il risultato di questo sforzo educativo è appagante perché quello che abbiamo sotto gli occhi è il lavoro di un maestro a cui il regista più giovane non ha paura di rendere omaggio rivelando tutta la sua ammirazione per l'assoluta padronanza di questa aspetto della tecnica cinematografica. “All'epoca in cui aveva realizzato il suo primo film questo cineasta aveva dimenticato più cose sulla messa in scena di quante ne possa ricordare io adesso (per esempio, non importa quanto veloci siano i tagli, lo spettatore sa sempre dove si trova, e questa è matematica visiva al più alto livello)”, scrive Soderbergh. E in effetti, una volta che i dialoghi siano stati messi da parte e con loro i colori, si possono apprezzare maggiormente i giochi di ombre, la posizione degli interpreti, la disposizione degli oggetti di scena, tutti dettagli che sfuggono una volta presi dall'azione della pellicola ma che sono fondamentali per la sua riuscita. E alla fine delle visione non si può che essere d'accordo e magari pensare che, dopo tutto, I predatori dell'arca perduta sarebbe un ottimo film muto in bianco e nero. Anche se ora possiamo pure tornare rivederlo a colori nel formato originale.