In fondo al bosco c’è… Filippo Nigro

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L'attore Filippo Nigro protagonista del film prodotto da Sky "In fondo al bosco"

Abbiamo sentito l’attore Filippo Nigro, interprete insieme a Camilla Filippi, del film In fondo al bosco, prodotto da Sky e One More Pictures che arriva in prima tv su Sky Cinema 1 domenica 13 marzo alle 21.10. Ecco cosa ci ha raccontato

di Massimo Vallorani

Se c'è una cosa che si apprezza quando si parla con un bravo attore è la passione che riesce a trasmetterti. Un’onda lunga che ti colpisce e che ti coinvolge, come una narrazione favolistica. Sentendo parlare Filippo Nigro, protagonista del film In fondo al bosco, (in onda su Sky Cinema 1 domenica 13 marzo alle 21.10) si ha proprio la medesima sensazione, come se i suoi tanti personaggi non fossero mai andati via e te li trovassi di fronte.

Lei nel film In fondo al bosco interpreta Manuel, un padre e marito all’apparenza debole ma che, alla fine, risulta il solo a rimanere coerente con se stesso mentre intorno a lui tutti rivelano un volto diverso. Che tipo di personaggio è?
Manuel è sposato con Linda. Vive con la sua famiglia in Val di Fassa, precisamente in un paesino che si chiama Croce di Fassa. Hanno un bambino di 4 anni che si chiama Tommy. Durante la festa dove gli abitanti sono mascherati da Krampus, il bambino scompare improvvisamente. Da lì in poi si sviluppa la storia che non è soltanto incentrata sulla sparizione di un bambino ma è anche la deflagrazione delle certezze di un padre che improvvisamente si ritrova tutti contro, convinti che si lui la causa principale della perdita del figlio.
 

Che cosa ha amato di questo ruolo?
Mi è piaciuto molto, soprattutto a livello di sceneggiatura, la particolarità di questo personaggio. Manuel è un escluso, un emarginato che vive in un luogo sentimentalmente morto. Proprio per questa sua estraneità rispetto al posto dove vive, per un momento, viene anche sospettato di essere la causa della scomparsa del suo bambino. Pur essendo un uomo debole, con poche ambizioni, è l’unico, all’interno del nucleo familiare, ad avere una sensibilità emotiva ancora intatta. Gli estremi di Manuel sono da una parte il senso di colpa per essere stato la causa della scomparsa del figlio e dall’altra la speranza di riabbracciarlo. Nel mezzo una storia che rasenta quasi la sopravvivenza.
 

Il film vive di una tensione molto forte, soprattutto quella tra i personaggi. Come avete fatto a creare questa dinamiche tra di voi?
Diciamo che siamo stati facilitati da una sceneggiatura ben scritta, cosa non facile da trovare di questi tempi in Italia. E’ vero la tensione era presente tra i personaggi ma va dato merito al regista Stefano Lodovichi di aver costruito un meccanismo perfetto in cui i protagonisti si muovono quasi scontrandosi, facendo emergere soltanto le loro insicurezze più profonde. Manuel è un padre perso, un marito che forse potrebbe ancora amare sua moglie. La ricomparsa del figlio gli dà nuova speranza ma apre anche nuovi dubbi nella sua fragile vita. Insomma i pezzi sembrano non ricomporsi mai.
 

Il film riporta alla mente dei fatti di cronaca nera. Se è fatto influenzare oppure haseguito ancora la sceneggiatura e i consigli del regista?
Direi che tutto è stato fatto senza ammiccamenti verso quel pubblico che ama questi tipi di episodi. Il valore del film è che ci troviamo di fronte ad un thriller ma anche ad un mistery scritto con toni a volte da pellicola drammatica. Naturalmente questo non esclude un collegamento con la cronaca che  può essere considerata uno degli spunti ma non il solo.
 

Lei ha recitato in film di generi diversi, da E la chiamano estate a Acab tanto per fare solo alcuni esempi. Perché adesso un thriller? E’ un caso o una scelta precisa?
Diciamo che si è trattato di una casualità fortunata, che non guastano mai nella carriera di un attore. In fondo sono gli incontri fortuiti che ti cambiano la vita. Uno di questi è per l’appunto quello che ho avuto con Stefano, il regista del film. Un professionista molto bravo. Anche molto giovane come del resto tutta la troupe. Mi sono sentito un po’ il vecchietto della compagnia. A parte gli scherzi mi sono trovato benissimo con tutti loro.
 

Qual è stata la scena più complicata da girare, se naturalmente c’è stata?
La scena finale del film che, per motivi estranei alla produzione, abbiamo dovuto girare come prima. Ci fu un cambio di location improvvisa e, se si può dire così,siamo stati gettati nella mischia al primo ciak. D’altra parte nel cinema succede spesso di non seguire un filo cronologico. Quello che mi ricordo bene comunque è il freddo anche se il film è stato girato in marzo.

Lei ultimamente sta facendo molta tv. Pensa che la televisione abbia, in questo momento, qualcosa in più rispetto al cinema?
In realtà in questi anni ho fatto soprattutto teatro che nella mia vita è molto importante e richiede molto impegno. La verità è che di buon cinema ce n’è sempre meno. Quindi un attore deve avere la capacità di muoversi in ogni direzione. Bisogna essere realisti, non escludere aprioristicamente dei progetti soltanto per mera presunzione.

Ho letto, da qualche parte una sua dichiarazione. Non so se sia vera. L’hanno definita un incrocio tra Bruce Willis e Woody Allen. Si vede così?
Questa frase è uno scherzo nato sul set di Acab. Il regista del film Stefano Sollima aveva messo in giro questo paragone per il fatto che da una parte sono una persona atletica e sportiva, dall’altra sono un po’ ipocondriaco, un po’ pauroso. Ma insomma era una frase scherzosa e divertente riferita al mio carattere.

Progetti attuali e futuri?
Sono al Teatro Argentina di Roma con Candide di Mark Ravenhill, ispirato all’opera di Voltaire, per la regia di Fabrizio Arcuri, e poi sto girando una fiction generalista che si chiama House Husbands e ho appena finito di lavorare ad un altra fiction dal titolo Romanzo Siciliano di Lucio Pellegrini con Claudia Pandolfi, Fabrizio Bentivoglio. Insomma mi sto dando fare, non trova?