Foxcatcher: il declino americano visto attraverso lo sport

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Channing Tatum in una scena tratta dal film "Foxcatcher – Una storia americana"

Il regista Bennet Miller racconta la storia tragica dei fratelli Mark e David Schultz, campioni del wrestling in cerca di riscatto. Appuntamento con il film Foxcatcher – Una storia americana, domenica 20 marzo alle 21.10, in prima tv, su Sky Cinema 1

Wrestler, omicidio e declino di un certa idea dell’ America. E’ questa scelta dal regista Bennet Miller , già regista dell’acclamato Truman Capote per raccontare in Foxcatcher – Una storia americana, in onda su Sky Cinema 1, domenica 20 marzo alle 21.10, in prima tv la vera cronaca  dell'assassinio del lottatore campione olimpico alle Olimpiadi del 1984 a Los Angeles David Schultz (Mark Ruffalo), avvenuta nel 1996 per mano di John du Pont (un inedito e straordinario Steve Carrel calato in un ruolo drammatico), amico ed allenatore del lottatore e soprattutto appartenente ad una delle famiglie più ricche e antiche d'America.

Il film, adattamento dell'autobiografia del wrestler Mark Schultz (Channing Tatum), fratello di David, anch'esso campione olimpico nel 1984, racconta la storia incredibile dell'incontro di un uomo vanitoso, ultraconservatore e troppo ricco, appunto John Du Pont, con due fratelli campioni di lotta. Girato nello Stato della Pennsylvania, tra le città di Sewickley Heights, Edgeworth, Pittsburgh, McKeesport e Monroeville, il film vede Du Pont coinvolgere Mark Schulz nelle sue immense proprietà per mettere su una scuola di lotta che possa in breve tempo diventare quella ufficiale Usa per Olimpiadi e campionati. 
 

Mark accetta volentieri, sia per la grande offerta di denaro,  sia per uscire dall'ombra lunga del fratello, meno dotato atleticamente, ma più carismatico. Quando i soldi di Du Pont, repubblicano radicale e industriale di armi,  riusciranno a far venire in questo centro sportivo in cui ormai lui è un guru indiscusso, anche il più reticente David, qualcosa si rompe nell'animo vanitoso del miliardario fino alla tragedia finale.

“Lo stile di questo film -  ha spiegato il regista – era quello di creare un contesto che rendesse gli spettatori in grado di capire che ci sono molte cose represse, mai dette, e che la scena è solo la parte visibile di quello che accade. Amo nascondere le cose. Così lo spettatore è costretto a sensibilizzarsi, ad affrontare il viaggio del film come una avventura".