Eight days a week: la recensione

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I Beatles tornano sul grande schermo (fino al 21 settembre)  con un film documentario firmato dal premio Oscar Ron Howard. Leggi la recensione

di Fausto Galosi
 

Oltre 150 brani musicali, un’infinità di filmati amatoriali in super 8 recuperati con una pazienza certosina, una selezione di materiali di repertorio rigenerato e rimasterizzato, una serie di testimonianze preziose, dal giornalista Larry Kane, che accompagnò i Beatles nel loro tour statunitense, all’attrice Woophi Goldberg che era una loro fan incallita, fino al grande  Elvis Costello che si meraviglia per la loro capacità di fare musica in mezzo al caos che scatenavano.  
Una  full  immersion nel cuore della beatlemania, una sorta di Apollo 13 in versione pop music , secondo la definizione del regista premio Oscar Ron Howard, che ha realizzato il primo docufilm autorizzato sulla band da oltre 45 anni.
 

Eight days a week  è film fortemente voluto da Paul McCartney e Ringo Starr, che ci regalano con generosità e schiettezza il racconto delle imprese live della band, dai tempi del Cavern Club di Liverpool, ai grandi tour alla conquista a dell’America, fino alla mitica esibizione “terminale” sul tetto dei loro studi di registrazione di Londra…

Un viaggio emozionante dietro le quinte della band che ha cambiato la storia della musica popolare, con uno sguardo inedito, quasi “intimo” , su quattro giovani musicisti che sembrano ancora divertirsi molto a viaggiare e fare musica insieme, senza lasciarsi travolgere dal successo e dai fenomeni di delirio collettivo che provocavano.
 

Quello che emerge è l’energia contagiosa, la naturale, istintiva sfrontatezza  che sprigionavano , sul palco e nelle interviste. Oltre alla straordinaria qualità musicale delle loro performance live, forse un po’  offuscata dal successivo  lavoro di sperimentazione in studio, dopo la decisione di dare l’addio ai concerti, che ha generato un autentico salto di qualità nella loro musica, da Sergent Pepper in poi.
 

E alla fine si esce dalla sala emozionati, rivitalizzati e travolti da una  raffica di brani  che restituiscono il sapore inimitabile dei favolosi anni sessanta , ma non invecchiano mai. E si finisce per dare ragione al compositore e musicologo Howard Goodall che, intervistato,  paragona i Beatles a Mozart per l’altissima  percentuale di melodie eccellenti all’interno di una produzione musicale. D’altra parte  la “facilità di musica”  dei 4 di Liverpool è veramente mozartiana,  come testimonia Paul McCartney  quando spiega come lui e John Lennon scrivevano le canzoni. Con una naturalezza irritante destinata a suscitare  l’invidia rancorosa di molti illustri colleghi colpiti dalla sindrome di Salieri….