Fuoricinema: la parola a Silvio Orlando

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Silvio Orlando a Fuoricinema - foto di Barbara Ferrara

Fuoricinema, la kermesse milanese che dal 16 al 18 settembre vede protagonisti di una grande festa artisti del mondo del cinema, della musica, dello spettacolo e il loro pubblico, accoglie l’attore napoletano dell’attesissima serie tv The Young Pope firmata da Paolo Sorrentino. Leggi l’intervista e scopri cosa ci ha raccontato dei suoi inizi, e non solo 

di Barbara Ferrara

 

Nella serie tv firmata da Paolo Sorrentino, in onda su Sky Atlantic a partire da venerdì 21 ottobre, Silvio Orlando, classe 1957, veste gli abiti talari del Segretario di Stato del Vaticano e risponde al nome di Cardinal Voiello, non certo alle leggi del Dio di cui dovrebbe essere umile servitore. E se sul set di The Young Pope è un infallibile manipolatore di uomini senza scrupoli, a Fuoricinema, lo incontriamo a tu per tu, nelle vesti di se stesso, un uomo affabile che ama il cinema e il contatto con la gente.

 

Silvio Orlando, uno degli attori più grandi e rappresentativi del cinema italiano che ha lavorato tra gli altri con Lucchetti, Mazzacurati, Salvatores, Piccioni, Moretti, Virzì, Sorrentino, Placido e Avati, racconta con proverbiale ironia i suoi inizi: “quei dieci anni di teatro invisibili” fatti a Napoli prima del suo debutto al cinema con Salvatores di cui diventa immediatamente amico. L’attore ricorda della rocambolesca prima volta a Milano, la sua seconda casa dopo Napoli e prima di Roma. E lo fa snocciolando un aneddoto dopo l’altro. Ci accompagna a ritroso nel tempo per farci scoprire uno dei suoi tanti volti, si diverte quando confessa di aver rischiato la vita a causa di un petardo finito ed esploso direttamente nella tasca del suo montgomery puro acrilico, dettaglio che scopre sul momento, quando prende letteralmente fuoco. Si è salvato per miracolo: “La mia carriera di comico emergente poté continuare nonostante quel capodanno”. Era appena arrivato qui al nord con tutte le sue speranze... 


Cosa l'ha convinta a partecipare alla manifestazione di Fuoricinema?
La mia amicizia con Lionelli Cerri, con lui ho fatto un bel pezzo della mia vita. E poi a Milano torno sempre molto volentieri. E’ la mia seconda patria dopo Napoli e prima di Roma. Grazie a questa città è sbocciato tutto. 

 

Come ricorda la Milano che l’ha accolta ai suoi esordi?
Sono arrivato se non con le valigie di cartone, di plastica. Ma sono sopravvissuto. Quella era la famosa Milano da bere degli anni Ottanta, molto euforica. Vedevo tutti volitivi, e questa cosa mi faceva un po’ paura. Però è qui che è iniziato il sogno, tema di questa fantastica manifestazione. Qui ho avuto la possibilità di mostrare quel lavoro invisibile che avevo fatto a teatro. Milano è una città spietata ma che sa anche premiarti.


Il tema scelto da Fuoricinema è quello del sogno, qual era il suo di bambino?
In realtà non ne avevo. E non avevo quel fuoco sacro di quello che sono diventato come attore, non ci pensavo per niente, anche perché ero introverso, e molto taciturno. Il teatro mi ha aiutato a sbloccarmi, lì ho capito che quella era la mia strada, la mia casa.

 

Quindi non immaginava né sperava di fare l’attore?
No, ho capito solo dopo che quello poteva essere il mio posto nel mondo. Ma non lo immaginavo assolutamente: avevo seri problemi di logopedia. Problemi che poi non ho mai realmente superato ma che sono diventati la mia cifra, il mio marchio.


Dal suo primo film Kamikazen - Ultima notte a Milano di Salvatores a The Young Pope di Sorrentino, lei ha interpretato ruoli molto diversi tra loro, c’è n’è uno che le manca?
Non penso di averli fatti tutti, ma sono contento di questa mia seconda giovinezza che si è inaugurata con Voiello, personaggi un po’ oscuri che sono venuti fuori anche da un mio lavoro fatto in teatro negli anni passati come Il Mercante di Venezia. Con l’età hai la capacità di capire e accettare la tua parte scura, nera. E' interessante lavorare su quella.


Lei ha dichiarato che nella vita ha sempre cercato di fare due cose senza mai riuscirci: sciare e imparare l'inglese: a giudicare dalla sua interpretazione in The Young Pope si direbbe che ha brillantemente superato la prova della lingua. Come ci è riuscito?
In realtà ho imparato le battute del copione. E' stata dura, tutti parlavano inglese meglio di me e non riuscivo a comunicare con nessuno. Mi sarebbe piaciuto diventare più amico di Jude Law, una persona straordinaria, ma lo siamo diventati comunque, a gesti. Il blocco rimane, vediamo cosa succede la prossima volta che ci incontreremo.