Tutto quello che vuoi: la recensione

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Arriva al cinema la nuova commedia di Francesco Bruni, interpretata da Giuliano Montaldo, sull’importanza della memoria. In attesa del servizio di Sky Cine News in onda questa sera alle 21 su Sky Cinema Uno, ecco la recensione del film

 

di Alessio Accardo

 

Arriva finalmente in sala, dopo una lunga genesi durata quasi tre anni, Tutto quello che vuoi, terzo lungometraggio da Francesco Bruni e vagamente ispirato alla vita di suo padre.


È la storia dell’(im)possibile incontro tra un poeta ottantacinquenne ammalato di Alzheimer e un ragazzo ignorante e scansafatiche, incaricato di occuparsi di lui. Lo scontro tra due mondi agli antipodi: quello della cultura novecentesca, impersonato da un colto gentiluomo d’altri tempi che quando incontra una signora si toglie il cappello e le fa il baciamano, contrapposto al baratro d’ignoranza di un ragazzo senza arte né parte, che si spaventa quando l’anziano gli confessa di avere avuto un déjà-vu, temendo che stia avendo un mancamento…


A interpretare l’anziano poeta Bruni ha chiamato a recitare un monumento del nostro cinema come Giuliano Montaldo, regista di capolavori assoluti come Sacco e Vanzetti, che aveva iniziato la sua carriera cinematografica recitando per l’amico Carlo Lizzani e che si produce qui in una performance formidabile. Una recitazione autorevole e in punta di piedi, nella quale alterna momenti di sublime svagatezza e tenerissimi accessi di collera.


Nei panni del “badante” Alessandro c’è Andrea Carpenzano, attore quasi esordiente visto di recente nel film di Claudio Amendola, Il permesso – 48 ore fuori; affiancato da un gruppo di giovani interpreti, tra cui spicca il rapper Arturo Bruni, figlio del regista che già funse da modello d’ispirazione per il debutto del padre. A loro e agli altri ragazzi del cast si deve il coté comico del film, fondato sulla rappresentazione fedele di uno slang romanesco assai aggiornato, irresistibile veicolo di un florilegio di sfondoni storici e battutacce vernacolari che strappano più di un sorriso.


Tra i meriti maggiori di Tutto quello che vuoi c’è infatti la straordinaria adesione antropologica e linguistica al mondo di Trastevere (e al carattere bonario e impertinente dei suoi abitanti, gli sbandati e gli impegnati), osservato e riprodotto dal regista con sguardo complice e affettuoso; dal cinema America occupato alla scalinata di Viale Glorioso, dove Bruni vive e che omaggia con una serie di eloquenti inquadrature metaforiche.


Mettendo in scena lo scontro/incontro generazionale tra la cultura umanista del grande poeta malato (che in una bella sequenza on the road insegue il folle sogno di un tenero ricordo resistenziale) e la sesquipedale ignoranza delle nuove generazioni (che devono controllare su Google in che anno è finita la seconda guerra mondiale), Francesco Bruni realizza una commedia sanamente pedagogica, che ci ricorda l’indispensabile importanza della memoria.